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domenica 10 ottobre 2010

Centauro contropallato

La mini guida su Bali e Lombok che ho rabbato senza pietà nei giorni scorsi alla guesthouse di Mister Thomas a Rote Island parla chiaro: Bali non è decisamente il posto per imparare a guidare una moto.
Traffico intenso, strade strette con sabbia ai lati, gente e animali che attraversano in continuazione, unito ad un inesistente rispetto per le più elementari regole del codice della strada fanno si che sia altamente sconsigliato noleggiare un mezzo a due ruote, soprattutto per i neofiti come me, che ho come unica esperienza  in motorino praticamente un solo giretto nelle campagne del Laos circa un anno e mezzo fa.
Ovviamente me ne sbatto le balle e tempo zero starò scorrazzando beatamente per quel labirinto di sensi unici che è Kuta, la città più turistica dell'isola, in cui mi perderò con una facilità incredibile almeno 20 volte!
Presa confidenza col mezzo e acquistata una improponibile cartina stradale di Bali, decido di cominciare l'esplorazione dell'isola da sud-est, cavalcando la nuova (e non ancora del tutto terminata) strada che bypassa le montagne, passando lungo la costa.
A parte il rischio costante di essere travolto da camion che trasportano sassi (ma quanti cazzo di sassi devono trasportare a Bali?) o di volare a causa delle voragini presenti lungo i tratti non ancora asfaltati, la strada si rivela piacevole e divertente ed è quindi con sommo dispiacere che l'abbandono all'altezza del bivio con Semarapura (o Klungkung che dir si voglia) per poi perdermi inevitabilmente nelle campagne balinesi anche grazie ad una segnaletica stradale che lascia alquanto desiderare e che fa di tutto per non farmi trovare la città di Ubud, la mia meta.
Ubud si può definire la capitale culturale di Bali, è famosa infatti per le danze, tra cui spicca la Barong, e per l'architettura tipica. Il posto devo ammettere che è una figata e lo stile di vita tranquillo che c'è qua fa da contraltare al bordello tipico di Kuta. Non è un caso infatti che rimanga in città per ben due giorni prima di ripartire verso nord.
Questa volta la meta è Trunyan, piccolo villaggio sulle rive del lago Batur e con alle spalle l'omonimo vulcano (omonimo del lago, non del villaggio), famoso per essere esploso anni addietro proprio durante un'importante cerimonia religiosa che si tiene una volta al secolo, uccidendo buona parte dei presenti. Trunyan è l'ultimo villaggio degli aborigeni tradizionali balinesi, i quali seguono una religione tutta loro e hanno la particolarità di non seppellire i defunti, lasciandoli marcire all'aria aperta all'interno di particolari gabbie di legno in un cimitero inaccessibile via terra: l'unico modo per accedervi è chiedere un passaggio in barca agli abitanti del villaggio e andarci via lago. Onestamente mi sono un po' preso male a chiedere a sta gente di darmi uno strappo per farmi vedere i loro parenti marcire, innanzitutto perchè mi sembrava proprio il classico turismo macabro sullo stile di quegli sfigati che vanno a Cogne a fotografare la villa della Franzoni tanto per capirci, e un po' perchè la gente del posto non ha la fama di essere tanto simpatica e/o ospitale.
Provo a sondare cautamente il terreno prima di avventurarmi in richieste che potrebbero essere offensive, ma capisco ben presto che a Bali la morte è vissuta in maniera totalmente diversa rispetto all'occidente e questo lo vedrò meglio anche in seguito.
Nessun problema dunque per il tizio che mi da il passaggio in barca, il quale mi spiega che loro dispongono di un quantitativo limitato di gabbie dove mettere i morti e quando nel villaggio schioppa qualcuno non si fanno nessun problema a liberare una gabbia, ammucchiando le vecchie ossa in una catasta in un angolo, dopodichè lasciano una manciata di riso e qualche rupia perchè il defunto possa pagare il Caronte balinese e stop.
Avendo sbrigato alla svelta la visita a Trunyan decido di proseguire verso la costa nord, quando però un'improvviso nubifragio mi sorprende dalle parti di Kintamani, obbligandomi a trovar rifugio in un internet cafè pieno zeppo di mocciosi incuriositi dalla mia presenza e ad acquistare un provvidenziale impermeabile da motociclista che mi salverà da una sicura broncopolmonite, visto che questa è la zona montana di Bali e l'aria è piuttosto freschina. Proseguo a singhiozzo, fermandomi quando comincia a piovere troppo e scannando di cristo quando invece finalmente la smette ed è così che arrivo fino ad Amed, villaggio sull'estremità orientale dell'isola.
Qui assisto alla seconda lezione sulla cultura dei morti a Bali: attratto da una folla di gente urlante, mi avvicino a questa specie di sagra paesana, con gente che mangia, ride, beve, canta, balla. Alchè chiedo a uno dei tizi presenti, che nel frattempo mi invita a unirmi a loro, che cosa stesse accadendo. Funerale, mi risponde il giovincello. "In che senso funerale???" - dico tra me e me - notando che non c'è una sola faccia triste o una mezza lacrima mentre dei giovani virgulti stanno decorando con fiori una specie di torre (detta Wadah) al cui interno sono contenute le ceneri del defunto.
Dopo tutta sta cerimonia i più forti del gruppo si caricano sulle spalle il Wadah e lo portano verso il mare, dove pregano un po' e alla fine lo distruggono a calci per poi buttarlo in mare, il tutto condito da fragorose risate. Il funerale più divertente che abbia mai visto!
L'indomani faccio ritorno a Kuta e sulla va del ritorno faccio a tempo a sperimentare di persona quanto siano stronzi gli sbirri locali che, con scuse poco plausibili, mi fermano per ben 3 volte nel giro di mezz'ora scucendomi la bellezza di 200.000 rupie di "mancia" per farmi mollare. Siccome pare che sia la prassi da queste parti, pago senza fare troppe menate, non prima però di aver loro augurato calorosamente di finire in un Wadah al più presto!

Il mio possente mezzo a due ruote!

Album collegato: Indonesia

martedì 5 ottobre 2010

Komodo, ma non Komodissimo

Che non fosse propriamente una passeggiata arrivare a Flores da Kupang via mare l'avevo già intuito prima della partenza stessa. Lascio la mia stanza di buon'ora per raggiungere il porto distante svariati chilometri dalla città e, una volta acquistato il biglietto di classe unica per Aimere, porto sulla costa sud-orientale di Flores, parte immediatamente il toto-nave: quale, tra i tre catorci galleggianti ancorati al molo sarà il mio? Le speranze che sia quella di mezzo, all'apparenza più nuova e di gran lunga quella con meno ruggine, sono abbattute sul nascere, la mia sarà ovviamente quella peggio conciata, un autentico relitto galleggiante che mi fa subito rimpiangere di non aver investito qualche centinaio di migliaia di rupie in più per prendere l'aereo che arriva diretto e comodo a Labuanbajo, città sulla costa occidentale di Flores, da cui partono le barche per Komodo, l'isola che ospita l'omonimo parco nazionale e dove vivono gli altrettanto omonimi draghi, in realtà dei grossi varani affetti da quello che gli studiosi definiscono "gigantismo insulare".
A bordo sono l'unico straniero: Tom, il ciclista neozelandese già conosciuto a Timor Est, non si presenta all'imbarco, e la cosa, unita al fatto che la nave parta alle 12.15 anzichè alle 2 come sarebbe dovuto essere, mi fa salire l'atroce dubbio di aver sbagliato nave, o perlomeno di aver preso una nave diversa da quella che avevo preventivato, dato che questa impiegherà ben ventidue ore per raggiungere la meta, mentre a Kupang nei giorni precedenti si parlava di 7-10 ore di navigazione.
Ormai è tardi per tirarsi indietro, mi accomodo, si fa per dire, quindi nella zona "Vip", ovvero quella dove perlomeno i sedili non sono in plastica dura, ma sono imbottiti, sebbene la cosa non li renda molto più comodi di quelli di seconda classe, anzi, almeno in seconda classe hanno avuto la decenza di non apporre i vetri alle finestre, facendo quindi passare una provvidenziale brezza marina che rende quasi d'obbligo una passeggiata di tanto in tanto verso la poppa della nave per combattere l'atroce caldo umido che tedia il viaggio di noi della "Kelas I".
Entro breve realizzo che forse le mie scorte d'acqua e cibo non sono sufficienti per l'intero viaggio, per fortuna scopro quasi immediatamente l'esistenza di una provvidenziale "cafetaria" in seconda classe, che, pena l'ascolto di terrificante musica indonesiana sparata a tutto volume, offre acqua, snack (i soliti orribili cracker dolce-salati) e addirittura una cena inclusa nel biglietto della nave a base di riso bollito (ovviamente), noodles e uovo sodo. Wow!
Incredibilmente riesco a dormire per svariate ore, accucciato come meglio mi riesce tra sedili, braccioli e bagagli, prima che l'afa terrificante del primo mattino, unita ad una collezione di musica country americana di cui perlomeno il sottoscritto avrebbe fatto volentieri a meno, mi tolga dalle braccia di Morfeo per riportarmi alle ultime, interminabili ore di navigazione prima di giungere alla meta finale. Beh, meta finale effettivamente è una definizione alquanto pretenziosa, visto che Aimere non ha proprio nulla da offrire ed urge, non appena sbarcati, un trasferimento immediato verso una delle cittadine all'interno dell'isola: Bajawa ad est oppure Ruteng o Labuanbajo ad ovest.
Decido di andare a Ruteng, paesone di montagna nel cuore della parte orientale di Flores, anche grazie alle convincenti motivazioni offerte da un driver che propone un comodo viaggio in macchina per 70.000 rupie, ottima alternativa ai terrificanti bus locali di cui non sento per niente il bisogno di sperimentare la scomodità.
Persino la Lonely Planet, guida solitamente piuttosto avvezza a tessere le lodi di posti dove in realtà non c'è nulla da fare o vedere, definisce Ruteng come "solo una scusa per scendere dal bus da/per Labuanbajo" ed effettivamente la descrizione calza a pennello. Mi accomodo all'hotel Losmen Agung I, uno dei posti più tristi dove mi sia mai capitato di passare la nottata, do un'occhiata in giro e mi convinco tempo zero a lasciarmi Ruteng alle spalle la mattina seguente.
I primi bus per Labuanbajo partono alle 7 del mattino dalla piazza centrale, e mentre mi accingo a lasciare l'albergo in tutta fretta per raggiungerla alle 6.50, mi viene incontro un tizio di cui mi sovviene memoria solo all'ultimo, con cui avevo distrattamente preso accordi la sera precedente per un comodo viaggio in macchina per le solite 70.000 rupie. Inutile dire che non mi faccio pregare e in un minuto salgo a bordo del mezzo che in quattro ore mi porterà a destinazione.
Labuanbajo mi ripropone uno scenario a cui non ero più abituato: i turisti!
Se a Timor Est il 99% delle facce bianche erano dell'ONU, a Timor Ovest e nelle montagne di Flores di occidentali quasi non ce n'erano proprio e a Rote erano solo vecchi surfisti in pensione, qua il turismo ha decisamente preso piede, quasi esclusivamente grazie agli innumerevoli siti per divers e snorkeler e al famoso Parco Nazionale di Komodo, la maggiore attrattiva locale.
Decido di soggiornare al Gardenia, un'hotel dagli standard a cui non ero decisamente più abituato, dove nel bagno privato della stanza c'è una doccia, dove se prendi una birra al bar te la mettono sul conto e dove un solerte receptionist, per arrotondare lo stipendio, propone delle barche di certi suoi amici per raggiungere Komodo in piccoli gruppi. All'inizio penso di dare un'occhiata alle numerose offerte delle agenzie turistiche in giro per la città prima di prendere una decisione circa il tour, poi però arriva la classica offerta che non si può rifiutare, ovvero condividere la barca con una coppietta di sposini sloveni per la miseria di due milioni di rupie in tre. Si partirà la mattina seguente.
Il tizio della barca si presenta puntuale alle otto del mattino, lo seguiamo quindi fino alla piccola imbarcazione che ci porterà in qualche ora verso la prima tappa del viaggio, l'isola di Rinca, dove non abbiamo nessuna difficoltà a trovare i famosi Draghi di Komodo, i quali, ben lungi dall'essere spaventati dagli esseri umani, scaldano il loro sangue freddo al sole perfino vicino alla stazione d'ingresso del Parco Nazionale, dove acquistiamo il diritto d'entrata e cominciamo una sessione di trekking di un paio d'ore accompagnati da una guida locale che ci spiega di più circa questi bestioni e le loro abitudini.
Il Varanus Komodoensis è un lucertolone degno di rispetto: lungo fino a 3 metri e pesante fino a 100kg, il nostro eroe dispone di un metodo di caccia quantomeno insolito, mordendo le proprie vittime, attende semplicemente che queste muoiano stroncate dall'infezione causata dai batteri presenti nella sua bocca.
La nottata la passiamo a bordo della barca al largo del villaggio di Komodo e di fronte ad un'isoletta ricoperta di mangrovie da cui centinaia di Flying Foxes di australiana memoria volano via al tramonto per andarsi a rifugiare chissà dove e chissà perchè e la sveglia alle 5 e mezzo della mattina successiva non risulta certo essere un problema, visto che la scarsità di vita notturna di bordo ci ha imposto di coricarci alle 7 di sera. Il secondo giorno è dedicato all'isola di Komodo, dove optiamo per un trekking più corto di circa un'ora e dove non incontreremo scimmie, ma molti più cervi.
Beh, ora direi che è decisamente ora di andare a Bali e a sto giro ho deciso che faccio il culone: ci vado in aereo!

Album collegato: Indonesia

mercoledì 29 settembre 2010

Il paradiso del nonno-surfer

Ho fatto ciao ciao con la manina a Dili e Timor Est in mattinata, raggiungendo Kupang, capoluogo indonesiano della parte occidentale dell'Isola, dopo 12 noiose ore di minibus, rese solo un po' frizzanti dall'attraversamento della frontiera tra Timor Est e Indonesia, con le sue ridicole formalità burocratiche (era perfino previsto che cambiassimo minibus perchè quello con targa est-timorense non poteva entrare in Indonesia e viceversa).
Dopo essere diventato improvvisamente milionario cambiando 300US$ in circa 3 milioni di Rupie Indonesiane (una mazzetta di banconote che non ci stava fisicamente nel portafoglio!) e aver percorso a ritmo tutt'altro che sostenuto le poche centinaia di chilometri rimanenti, arriviamo in serata a Kupang, torrida e sonnolenta cittadina famosa per essere stata la meta finale del capitano Blight, al termine del rocambolesco viaggio successivo all'ammutinamento del Bounty.
Lungi dal destare entusiasmi anche dopo un'approfondita esplorazione, Kupang impone un'immediato piano di fuga. In effetti le attrattive in città sono praticamente nulle, e per fortuna che il mitico Bar Lavalon, gestito dal disco-nonno che impazzisce per la House e la Chillout, offre birra gelida a fiumi e la connessione wi-fi più veloce dell'Asia meridionale.
Per carità, cazzeggiare su internet scolandomi ettolitri di Bintang è un'attività gradevole, ma di sicuro non ho bisogno di venire fino ad uno degli angoli più remoti dell'Indonesia per farlo, ergo, approfittando anche del fatto che di navi per Flores, la mia prossima meta, ce n'è una alla settimana e la prossima sarebbe stata fra quattro giorni, decido di migrare per qualche tempo nella vicina Isola di Rote, apparentemente uno dei posti più rilassanti dell'arcipelago.
Si parte di buon'ora verso il porto e in neanche un'ora di barca sono a Ba'a, paesello principale di Rote, dove vengo intercettato da un cazzo di nonno surfer australiano, che nel frattempo ha raccattato per strada altri tre giovincelli, un californiano musone e due crucchi entusiasti del nuovo giocattolo da loro appena scoperto  (la tavola da surf). L'allegra compagnia da noi composta affitta un bemo* e, dopo un paio di terrificanti ore passate a trattenere lo sbocco a causa della strada dissestata e a sorbirmi l'asciugo dei due crucchi che si sentivano in obbligo di raccontare inverosimili aneddoti surfistici, arriviamo finalmente a Nemberala, la capitale (o l'ospizio, se vogliamo) del nonno-surfer.
Effettivamente non si può negare che Nemberala sia un posto calmo: per strada non c'è un'anima viva, e l'enorme spiaggiona sembra che l'abbiano messa li solo per me. Alla guesthouse di Mister Thomas, un vecchietto che è nettamente il numero 1, vengo viziato con della pappa di altissima qualità e poco importa se non c'è acqua corrente e la luce elettrica  funzioni solo nelle ore notturne (terrificante quando alle 6 del mattino si spegne il ventilatore e cominci a pezzare come una bestia), che siamo noi, dei fichetti? Che, abbiamo scovato Nemberala sul catalogo Valtour? Ecco, allora vediamo di non rompere i coglioni al buon Mister Thomas!
In serata vengo poi invitato, assieme al californiano musone e ad un'altra yankee che assomiglia in una maniera impressionante a Charlize Theron nei panni di Aileen Wuornos in Monster, ad una specie di festicciola a casa di una improponibile batteria di nonni surfers, i classici simpa della cumpa che, non arrendendosi all'età anagrafica, continuano a comportarsi come se fossero ancora degli sbarbati nella Summer of Love, risultando quantomeno grotteschi.
Beh insomma diciamo tutto carino e rilassante, ma dopo un po' uno si rompe anche le palle, (a meno di non essere un nonno-surfer ovviamente) si torna quindi a Kupang pronti per partire verso la meta successiva: l'isola di Flores.

*Bemo: una specie di piccolo mini-bus che funge da trasporto pubblico.

L'americana nella sua abituale attività di serial killing


Album collegato: Indonesia

venerdì 17 settembre 2010

Ambasciata indonesiana grandi figli di bottana

Sbattimenti. Inauditi sbattimenti. Gli indonesiani a Timor Est non sono mai stati famosi per la loro tenerezza e l'impressione è che, anche dopo 8 anni dall'indipendenza, tendano a rompere i coglioni più del dovuto tramite la loro ambasciata a Dili.
Andiamo con ordine: la missione del giorno era ottenere un semplicissimo visto turistico per proseguire il viaggio verso l'Indonesia, una volta lasciata Timor Est. Il padrone dell'ostello, un cicciottello inglese con la faccia da babbo che non si sa bene come sia finito da ste parti, mi aveva già messo in guardia circa la non particolare solerzia dei dipendenti dell'ambasciata, che fanno di tutto per rendere complicate anche le cose più semplici.
Dimenticatevi il bellissimo visto turistico elargito in scioltezza all'aeroporto per i turistelli che arrivano a Bali. Qua per entrare via terra da Timor bisogna sudarselo l'agognato sticker della "Republic of Indonesia".
Innanzitutto la fototessera. E voi direte, vabbè una fototessera è una fototessera... e no! Qua, chissà per quale arcana ragione, la fototessera deve avere lo sfondo rosso! Ma va bene, facciamo sta foto con sfondo rosso, pas de problems, se non fosse che questa foto con sfondo rosso non te l'appiccicano sul tuo plico di scartoffie tanto facilmente: già avevo capito l'andazzo, mi presento quindi al mattino presto, puntuale per l'apertura dell'ambasciata, peccato non avessi fatto i conti con la lista d'attesa. Solo i primi 50 fortunati, come nella migliore delle reclame della eminflex, potranno avere il dubbio piacere di entrare nei meandri della burocrazia diplomatica indonesiana.
Il giorno dopo non mi fregano mica. A sto giro mi presento all'alba, e fra spintoni e un caldo già torrido riesco a scrivere il mio nome sulla mitica waiting list dell'ambasciata (a nulla erano valsi i tentativi di corruzione della integerrima guardia al di la del cancello per scrivere il mio nome al posto mio in cambio di una manciata di dollari).
Beh insomma tutta sta fatica e non siamo neanche a metà dell'opera: ora bisogna attendere con pazienza che un funzionario ci chiami uno ad uno, poi entrare, compilare un'altra quintalata di moduli e soprattutto cercare di convincere l'omino dello sportello a farti un visto di 60 giorni anzichè dei canonici 30. Questo allora se ne viene fuori con delle domande deliranti circa uno sponsor che avrei dovuto avere in Indonesia, sponsor che ovviamente non ho, alla fine riesco ad accontentarlo scrivendo una lettera in cui dichiaro dove andrò, cosa farò e soprattutto quando me ne andrò dal paese.
Finalmente la formalità è chiusa, 45$, grazie e arrivederci fra 5 giorni lavorativi.
Tutto con estrema calma.