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venerdì 24 agosto 2012

I viaggi della speranza

Milano, Italia (Km.32041). Ed eccoci qui alla fine della zingarata 2012 dopo le ultime mille ore di viaggio da Tirana a Milano tra pullman-sauna del paleolitico e traghetti che partono un po' all'ora che gli pare a loro (ascoltate un cretino, NON prendere mai il Durazzo-Bari!) è l'ora di farsi qualche settimana di meritato riposo a casina.
Vabbè quand'è che si riparte?
Ovviamente presto. Destinazione Vancouver, Canada.

Un po' di statistiche
- Giorni di viaggio: 129.
- Numero di tappe: 67.
- Paesi attraversati: 14 (Hong Kong, Macao, Cina, Mongolia, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Iran, Iraq, Turchia, Bulgaria, Macedonia, Albania, Italia)
- Chilometri percorsi: 32041.
- Ore a bordo dei vari mezzi: 527 (sono quasi 22 giorni 24/24!) di cui 231 ore di treno, 186 di pullman, 99 tra shared taxi, minibus, marshrutka e simili e 11 di nave.
- Ore spese nei vari posti di frontiera: 31.
- Tappa unica più lunga: Lanzhou-Urumqi (Cina), 1907 km in 32 ore di treno.
- Attraversata più lunga con scalo: Pechino-Lanzhou-Urumqi (Cina), 3406 km in 49 ore di treno ed 1 ora di scalo.
- Tratta più veloce in rapporto alla distanza: Shanghai-Pechino (Cina), 5,5 ore di treno per fare 1229 km (ad una media di 223 km/h).
- Temperatura minima: -2° ad ovest di Ulan Bator, Mongolia, 28 maggio 2012.
- Temperatura massima: +48° a Bukhara, Uzbekistan, 2 luglio 2012.
- Arresti rischiati: 1 (Asghabat, Turkmenistan)
- Oggetti smarriti o rubati: 3, una camicia a Pechino (Cina), un iPod e un cellulare a Talas (Kazakistan)
- Birre bevute: innumerevoli (di cui 0 in Turkmenistan, Iran ed Iraq!)
- Destinazioni a cui ho dovuto rinunciare: 2 (Siberia e Tibet).
- Destinazioni in cui non pianificavo di andare ma ci sono andato lo stesso: 4 (Iraq, Bulgaria, Macedonia, Albania).
- Viaggiatori italiani incontrati prima della Turchia: 0.
- Tratta più lunga senza incontrare occidentali: 7706 km tra Pechino (Cina) e Tashkent (Uzbekistan).
- Punto più settentrionale della zingarata: Astana, Kazakistan, 51°10' N.
- Punto più meridionale della zingarata: Macao, 22°10' N.
- Foto scattate: 4733.


La zingarata Hong Kong-Milano (clicca per ingrandire)

mercoledì 22 agosto 2012

Quattro paesi in quattro giorni

Lasciata alle spalle la Turchia - la cui esplorazione approfondita è stata rimandata a zingarate future - e superato il fatidico trentamillesimo chilometro di viaggio, le ultime tappe della zingarata sono giocoforza un tour de force che dovrà essere più veloce ed indolore possibile, non solo per la stanchezza che inevitabilmente mi attanaglia, ma anche per lo scarso interesse verso i paesi che mi trovo ad attraversare: come può fregarmene qualcosa dei Balcani dopo aver attraversato mezza Asia? Magari in un altro contesto e in un altro viaggio...
Ma c'è dell'altro: più ci si avvicina all'Europa e più la gente è malcagata senza contare che la qualità dei pullman per zingarare scende vertiginosamente mentre i prezzi schizzano alle stelle! Non va bene!
Gli sleeping bus Kazaki o i VIP bus con pranzo incluso da 5 dollari a tratta in Iran sono solo un vago ricordo, qua non ci si muove per meno di 20/30 neuri su lamieroni abbastanza nuovi da non avere i finestrini che si aprono, ma abbastanza vecchi da avere l'aria condizionata rotta o quasi, con bambini che non stanno mai fermi o zitti, con gente che ti vuole scavallare il posto... ridatemi l'Asia!

Bulgaria: bella, ma non bellissima
Sofia, Bulgaria (Km.30357). Ci sono pochi paesi che così, solo a pensarci, mi mettono più tristezza della Bulgaria. Potrei citare forse la Bielorussia o la Moldova... no a pensarci bene la Bulgaria mi mette più tristezza.
Onestamente, cosa ci si può aspettare dalla capitale di un paese famoso quasi esclusivamente per le elezioni farsa? Beh infatti non mi aspettavo niente di che, innanzitutto perchè pare che i posti da vedere in Bulgaria siano altri (Mar Nero, Plovdiv...) e poi perchè in 24 ore, metà delle quali passate a dormire per ripigliarsi almeno parzialmente da sti quattro mesi di viaggio, che idea si può fare uno del posto, soprattutto se il suddetto viene visitato di domenica con tutti i negozi chiusi e senza un'anima in giro e senza aver chiuso occhio tutta notte?
E allora che ci sono venuto a fare qui, direte voi? Beh giovani, mica è colpa mia se tra Istanbul e l'Albania c'è anche Sofia!
Ed è quindi per le suddette ragioni che la migrazione verso la tappa successiva - Skopje, capitale della Macedonia - è pressochè immediato.

Macedonia: preferisco quella di frutta...
Skopje, Macedonia (Km.30589). Non nego la mia ignoranza, ma a me i Balcani non hanno mai ispirato! Il paesaggio che si vede dai finestrini del mio pullman appena entrato in Macedonia offre brutte case, brutti boschi e brutte montagne.
E poi c'è sta storia del nome ufficiale della Macedonia che alcuni chiamano FYROM (ovvero Former Yugoslavian Republic Of Macedonia) che mi infastidisce. Cioè, cazzo mi rappresenta sto FYROM? Questa dev'essere un'idea dei Greci per non confonderla con la Macedonia Greca (che non è un miscuglio di frutta a pezzi con l'aggiunta di olive e fichi) i quali, non si sa bene perchè, sostengono ancora che la Macedonia FYROM è in realtà roba loro... ma mollateli! Addirittura i greci gli han fatto cambiare bandiera a sti poveri cristi perchè sulla vecchia bandiera macedone era rappresentato il Sole di Vergina, simbolo della Macedonia greca ed ai mangiaolive questo non andava giù! Roba de matt!
Skopje, la capitale, non è niente di che, forse mi ero abituato troppo bene in giro, ma la principale città del paese famoso per Madre Teresa (macedone di etnia albanese), Alessandro Magno, ma soprattutto per il Cobra Darko Pancev, è in realtà un grosso cantiere in cui stanno tirando su quantitativi spropositati di statue finto-antiche e palazzi in stile neoclassico dal dubbio gusto.
Resisto al sonno ed al caldo per dare un'occhiata in giro, prima di svaccarmi definitivamente in branda: il pullman per Tirana, in Albania, partirà alle 6 del mattino dopo.

Albania: si ok, a che ora parte il traghetto?
Tirana, Albania (Km.30903). L'Albania è forse l'unico dei tre paesi che mi spiace non aver esplorato come si deve. Il paesaggio e la gente sono decisamente migliori delle tappe precedenti, mi spiace quindi che la mia unica tappa sia la capitale Tirana, un posto che non è decisamente il top del paese!
E poi a Tirana c'era la para-traghetto, ovvero cercare di rimediare una nave/barca/gommone per ritornare in patria senza spendere una fortuna: inizialmente avevo puntato al comodo Durazzo-Ancona, ma questo parte una volta ogni due giorni ed io arrivo in quello sbagliato, l'alternativa è quindi Bari, in cui arriverei a mezzanotte per poi prendere da uno a tre treni a prezzi folli che mi avrebbero riportato in Padania.
Per fortuna gli albanesi si rivelano dei randagi senza eguali e mi sparano sto pullman Tirana-Milano via Bari a 90 zeuri comprensivo di traghetto (solo il Bari-Milano in treno mi sarebbe costato 100!) per cui via, verso i nebbiosi lidi milanesi, da cui prevedo di schiodarmi presto. Molto presto.

sabato 18 agosto 2012

Ritorno alla civiltà

Realizzo al momento di lasciare Erbil che rimanere oltre in Iraq non ha senso: i costi sono alti e la città di Duhok non è certo una meta così ambita, a meno di non organizzare escursioni nelle vicinanze che non avevo intenzione di fare in ogni caso, così decido di accettare l'offerta-che-non-si-può-rifiutare del nonno che gestisce la mafia degli shared-taxi di Erbil: 10 dollari in più (mecojoni!!!) per skippare a piè pari Duhok ed andare dritti al confine turco.

Entrare in Turchia dall'Iraq o comunque dal Medio Oriente è come essere in un mondo nuovo: strade larghe e perfettamente asfaltate, automobili che non cadono a pezzi, possibilità di mettersi finalmente i pantaloni corti, possibilità di pranzare in giro senza doversi sentire dei criminali, cartelli scritti in un alfabeto comprensibile, ma soprattutto possibilità di bersi finalmente una cazzo di birretta gelida senza doversi rivolgere a degli spacciatori con una condanna a morte sulla testa (era un mese che non ne trovavo una, l'ultima era stata a Tashkent, una disgustosa birra uzbeka tiepida!).
La cosa ha però anche i suoi contro: i prezzi folli! Da quando sono entrato nell'ex Impero Ottomano, mantenere il mio file excel con le spese non ha più senso, le Lire Turche escono a profusione e senza soluzione di continuità il che causa turpiloqui che non contribuiranno certo a spalancarmi le porte del Paradiso quando verrà la mia ora.
L'ingresso in Turchia mi fa però anche capire una cosa, ovvero qual'è il lavoro da non fare mai assolutamente: l'autotrasportatore internazionale! Dalla frontiera turco-irachena, sul lato turco, si snodano infatti almeno 30km di camion in fila, roba che l'ultimo come minimo arriva in Iraq fra una settimana!
Solidarietà ai camionisti a parte, arrivo a pezzi alla prima meta turca, Goreme, nella regione della Cappadocia (o K-Docia come i più fighi di noi amano chiamarla) dopo quasi 24 ore di viaggio, con 5 mezzi cambiati ed una frontiera attraversata  e la voglia di esplorare la zona è molto bassa, nonostante le caratteristiche case e chiese costruite nelle curiose rocce della zona siano effettivamente molto belle, ma le batterie stanno a secco, così decido di dare un'occhiata al minimo indispensabile e migrare direttamente verso Istanbul dopo un paio di giorni.

Istanbul, Turchia (Km.29792). Anche nell'ex Costantinopoli la solfa non cambia, energie a zero e soldi che escono che è un piacere (non certo per me), la visita è quindi limitata anche qui al minimo, giusto le classiche visite a Santa Sofia, Moschea Blu e Topkapi che sono giusto a 500 metri dal mio ostello con la proprietaria dalla risata più fastidiosa del mondo, dove pianifico ufficialmente le rimanenti tappe prima di rientrare in Padania: sveltine a Sofia (Bulgaria), Skopije (Macedonia) e Tirana (Albania), per poi rientrare in patria via nave e riposare in vista delle prossime imminenti partenze.

Ultime, veloci tappe del viaggio

mercoledì 15 agosto 2012

Non dite a mamma che sono in Iraq - Terza Parte. Ultimi giorni di randagismo

Certo che qui in Kurdistan una mezza compagnia di trasporti pubblici la potrebbero anche fondare, così eviterei di dover prendere l'ennesimo shared taxi della zingarata Hong Kong-Milano e potrei anche risparmiare un po' di soldini, invece niente, quando chiedo delucidazione su come raggiungere Erbil, la capitale regionale che qualcuno chiama anche Arbil o Irbil (ma nessuno Orbil o Urbil, per fortuna!) vengo subito spedito ad una stazione di taxi dove perlomeno riesco a trovare un  furgoncino che mi porta a destinazione per 10.000 dinari anzichè per i canonici 50.000 chiesti dai tassisti "normali".
Ma un momento, non mi sono dimenticati qualcosa? Certo, non mi accerto del percorso! Insomma do i consigli ("accertatevi di non finire a Kirkuk e a Mosul!", dicevo) e poi sono il primo a non seguirli, infatti dopo un oretta di viaggio spunta il magico cartello: WELCOME TO KIRKUK. Oooops...
Oooooops...
Comunque anche in questo caso niente paura: lo sconfinamento è solo una questione tecnica ed è inevitabile (la strada passa di lì!), Kirkuk la vedo solo da lontano e la gita nella "zona proibita" dura appena lo spazio di qualche chilometro, giusto il tempo di prendere il primo svincolo e rientrare nel ben più confortante territorio Kurdo, anche perchè nessuno all'interno di quell'auto aveva alcuna intenzione di andare a finire a Kirkuk, credetemi.
Il posto di blocco sulla collina è il confine con l'Iraq Arabo e lo si capisce subito dalle uniformi dei soldati, che non vestono più con trasandate camicie verde/marrone - molte delle quali sono dei gentili omaggi della US Army - ma con le uniformi grigio-nere dell'esercito iracheno.
Anche i soldati che guardano le spalle a quello che controlla i documenti non sono più dei tizi vestiti con la maglietta di Messi del Barcellona e le infradito, ma dei militari incazzosi con le classiche uniformi imbottite da battaglia viste in tanti servizi televisivi da Baghdad.
Io, col mio visto valido solo per il Kurdistan, quel posto di blocco non lo potrei neanche superare, ma come già detto questi sono tutt'altro che impenetrabili e così eccomi dall'altra parte, in territorio arabo, con la città di Kirkuk - in cui per inciso c'era stato un attacco bomba solo qualche settimana prima - all'orizzonte. Ma non per molto.

Erbil, Iraq (Km.27841).
Come al solito la prima cosa da fare appena messo piede in città è cercare di rimediare una branda ad un prezzo decente ed anche a sto giro è più facile a dirsi che a farsi, non tanto per l'assenza di brande, quanto perchè il prezzo migliore che riesco a strappare è per una singola a 25$ al Lord City Hotel nella piazza principale di Erbil, proprio di fronte alla cittadella (se volete il wi-fi chiedete una stanza che non sia all'ultimo piano!).
Anche Erbil, come almeno altri 2 o 3 posti dove sono passato in precedenza, reclama di essere la località abitata continuativamente da più anni (si dice sia stata fondata intorno al 6000 a.C.) e l'attrattiva principale è la Cittadella, ovvero il nucleo composto dalla città vecchia, che al momento è completamente abbandonata, in quanto gli abitanti sono stati sfrattati qualche anno fa per dare la possibilità al governo di restaurare le case ormai fatiscienti.
Al momento gli edifici della Cittadella sono quindi divisi in due categorie: "case diroccate" o "case in ristrutturazione" ed entrambe sono dichiarate off-limits da un poliziotto baffuto e cicciottello messo a guardia dell'ingresso. Inutile dire che la versione irachena del Commissario Winchester non mi scoraggia minimamente, quindi eccomi perso in men che non si dica in un labirinto di stradine da cui uscirò, salutando il perplesso tarchiatello, solo dopo un'oretta di esplorazione che lascia il posto a del meritato relax.

La Cittadella di Erbil dall'alto.

sabato 11 agosto 2012

Non dite a mamma che sono in Iraq - Seconda Parte. L'arrivo

L'Iraq - kurdo o arabo che sia - non è certo una delle mete più gettonate del turismo di massa degli ultimi decenni. Tre guerre in trent'anni (Guerra Iran-Iraq, Guerra del Golfo ed invasione americana del 2003) hanno allontanato anche i randagi più incalliti, ecco perchè trovare informazioni su dove andare, come muoversi e dove alloggiare è più difficile del solito ed ecco anche perchè in questa occasione, oltre a scrivere le mie solite cazzate, aggiungerò anche delle info utili raccolte sul campo. Persino la Lonely Planet dell'Iraq, pur esistendo, è del tutto inutile: fondamentalmente parla di quanto sarebbe bello visitare le rovine di Babilonia o le moschee di Najaf se non fosse che rischiereste di venire rapiti od ammazzati ad ogni sospiro e persino il Kurdistan viene liquidato in un paio di paginette scritte leggendo resoconti su internet giusto per riempire qualche riga.

E alura ghe pensi mi - come dicono dalle mie parti – a cercare di fare un po' di luce sulla situescion.

Dunque, tanto per cominciare, provenendo da Tehran, la prima tappa è giocoforza la città di Sanandaj, a circa 7 ore di bus ad ovest della capitale, nel Kurdistan Iraniano. Ci si arriva partendo  in mattinata dalla Stazione Ovest dei bus di Tehran, mentre  l'unico bus per l'Iraq parte da Sanandaj alle 7.30 del mattino seguente (per info il n. iraniano è 09121820723) per la folle cifra di 270.000 Rial (14 dollaronzi).
I 130 chilometri che mi separano da Marivan, la città ad un tiro di sputo dal confine iracheno, passano con una lentezza esorbitante attraverso stradine di montagna in cui il nostro lamierone non può certo fare miracoli, fortunatamente però le formalità doganali si rivelano fulminee, decisamente la frontiera più veloce che abbia attraversato in questo viaggio: gli iraniani stavolta mi risparmiano ore di perquise inutili e mi piazzano un bello stampo di uscita in 20 secondi netti, mentre gli iracheni ci mettono giusto un po' di più solo perchè becco l'unico poliziotto iracheno che sa parlare italiano, essendosi rifugiato a Perugia durante la guerra.

E qui i casi sono due:
O il nostro Alì Babà era il fornitore ufficiale di bamba di Amanda Knox e Rudi Guedè e, vista la situazione bollente, ha preferito una vita da sbirro in Iraq ad una da carcerato in Italia (guardacaso è tornato proprio 5 anni fa...)
oppure
Vivere in Italia è così una merda che si sta meglio in Iraq.

Comunque sia, nel giro di cinque minuti vengo omaggiato a titolo assolutamente gratuito di un bellissimo stampo della Republic of Iraq, valido per 15 giorni e solo per la regione del Kurdistan (non ci provate ad andare a Baghdad con quello! Anzi, non ci provate ad andare a Baghdad in ogni caso!)

Sulaymaniyah, Iraq (Km.27630). I tassinari iracheni devono avere uno strano concetto di "economico", visto che quando chiedo ad uno di loro di portarmi in un "cheap hotel" questo mi molla davanti al "Palace" da 95$ a notte, una cifra che non rientra esattamete nel budget giornaliero, mi tocca quindi una rapida investigazione nei dintorni alla ricerca di qualcosa di più abbordabile, la quale conferma i miei timori della vigilia: questo non è un posto a buon mercato.
Di ostelli ovviamente non v'è nemmeno l'ombra (e non potrebbe essere altrimenti) e la branda meno dispendiosa che riesco a rimediare è al Chrakhan Hotel di Salim Street che mi offre una doppia con balcone, aria condizionata, tv, frigorifero e internet veloce a 25.000 dinari a notte (20 dollari) che se vogliamo è niente, ma che basta a sputtanarmi il monte spese giornaliero, assieme ai prezzi pazzi applicati dai tassinari, che non ti fanno nemmeno salire in macchina per meno di 3000 dinari (2,5$)... i tempi della cuccagna iraniana sono decisamente finiti!

Il cortile del Red Intelligence Museum
(Photo by Miroslaw Gorecki da internet)
Girando per le strade di Sulaymaniyah si fa comunque parecchia fatica a credere di essere nello stesso paese visto tante volte in tv per i motivi che tutti sappiamo e non solo perchè la situazione è assolutamente tranquilla, ma soprattutto per una questione ambientale: strade larghe e pulite, palazzi relativamente in ordine, gente cortese, assenza quasi totale di militari, se si escludono quelli a guardia dei palazzi più importanti, come quello che ospita forse la maggior attrattiva del luogo, l'Amna Suraka Museum (o Red Intelligence Museum), il tetro ex quartier generale del Ba'ath - il partito di Saddam Hussein - ai tempi adibito anche a prigione dove i kurdi venivano regolarmente imprigionati, torturati ed uccisi.
Ovviamente con la sfiga che ho, arrivo proprio di venerdi - che equivale alla nostra domenica - ed il museo e tutto l'ambaradan sono chiusi, anche se non faccio una gran fatica a convincere lo scorbutico soldato di guardia a farmi fare un giretto perlomeno nel cortile ed all'interno degli edifici per scattare qualche foto.
Nel pomeriggio mi muovo verso Erbil, la capitale del Kurdistan Iracheno.
(...Continua...)

Per maggiori info e news: 

venerdì 10 agosto 2012

Non dite a mamma che sono in Iraq - Prima Parte. Introduzione

Chissà perchè ogni volta che ho letto dei post sul Kurdistan Iracheno sui vari blog, il titolo era sempre un'esortazione a non comunicare al parentado stretto la propria ubicazione dal nome altisonante. Siccome amo rispettare le tradizioni, ecco che ripropongo la medesima tematica.
Ma veniamo al sodo.

Perchè non è follia attraversare il Kurdistan Iracheno
No, non mi sono bevuto il cervello, fare una capatina in Iraq anche senza un kalashnikov come bagaglio a mano e senza rischiare di venire deflagrati da un attacco suicida è possibile, tutto sta nello scegliere la location adatta: scordatevi dunque posti come Baghdad e Nassirya dove le possibilità che vi accada qualche spiacevole inconveniente - tipo morire - è molto vicina al 100% e scegliete la ridente Regione Autonoma del Kurdistan, una striscia di terra che si estende nel nord dell'Iraq, tra il confine iraniano e quello turco.
Perchè il Kurdistan è l'unico posto attraversabile di tutto il paese è presto detto: avete presente quel simpaticone di Saddam Hussein? Ecco, Saddam Hussein era una specie di Hitler per i kurdi. Per lui il Kurdistan era un bellissimo parco giochi dove sperimentare armi chimiche e porcherie simili, non deve quindi stupire che i kurdi siano l'unica etnia che ha visto l'invasione americana in Iraq del 2003 - con la conseguente frettolosa impiccagione del loro baffuto tiranno - come una liberazione e di conseguenza ogni occidentale è a dir poco il benvenuto da queste parti.
A questo si aggiunge il fatto che il Kurdistan è si Iraq, ma ha un'autonomia tale che di fatto è come se fosse uno stato indipendente, con un proprio governo ed un proprio esercito che pattuglia il confine col resto dell'Iraq, il quale non è pericoloso solo per noi musi bianchi, ma lo è anche per gli stessi kurdi.

Regole basilari per non finire nei guai nel Kurdistan Iracheno
1) Il Kurdistan è si una regione con una piena autonomia da Baghdad, ma è pur sempre Iraq. Controllate che la situazione sia sotto controllo prima di entrare.
2) Se vi viene la tentazione di fare trekking sulle montagne al confine con l'Iran, lasciate perdere: il rischio di attraversare accidentalmente la frontiera è molto alto e credo che nessuno di voi voglia fare la fine dei famosi turisti americani arrestati dalla polizia iraniana per aver fatto questo stupido errore e che si trovano tutt'ora - a distanza di anni - a marcire in qualche galera della Persia.
3) Rimanete nei confini del Kurdistan. I checkpoint dell'esercito che separano l'Iraq kurdo da quello arabo non sono certo un esempio di impenetrabilità e si narra di parecchia gente che - più o meno volontariamente - si è trovata a sperimentare l'ebbrezza di giretti in zone tutt'altro che sicure.
4) Accertatevi sempre del percorso effettuato da shared taxi ed autobus prima di prenderli: molto spesso infatti questi sconfinano in zone arabe, soprattutto nelle città di Kirkuk e Mosul, due allegri posticini dove – credetemi – non è il caso di finire.
(...Continua...)

I confini del Kurdistan Iracheno

giovedì 9 agosto 2012

Se Tehran avesse lu mari sarebbe una piccola Bari

Tehran, Iran (Km.26863). L'arrivo nella fantomatica capitale mondiale del terrore si rivela piuttosto blando in termini di emozioni: Tehran è brutta, sporca, caotica e rumorosa, mentre l'unico terrore che può derivare da questo luogo è quello che si prova mentre si attraversa la strada: avevo già accennato alla spericolatezza degli iraniani al volante, ma qui si esagera!
Strade larghe, traffico impazzito, motorini che sbucano ovunque, autobus che procedono contromano e nessuno – dico nessuno! - che mai si fermerà per farvi passare (l'unica volta che è capitato, il tipo che si è fermato è stato tamponato e a momenti per il rinculo mi stirava la coreana con la faccia rotonda conosciuta a Shiraz!).
Come fare dunque per non essere piallati come delle assi di mogano ad ogni incrocio? In realtà il trucco è semplice: aspettare il momento giusto è inutile (non è MAI il momento giusto) quindi dovete solo buttarvi, camminare, non esitare e non fermarvi mai. Come per magia tutti i veicoli troveranno il modo di evitarvi e voi vi ritroverete incolumi dall'altro lato della strada. Se proprio non ce la fate a buttarvi alla cieca in mezzo ad un fiume di autoveicoli, aspettate che un local attraversi la strada e seguitelo passo passo.
A parte queste esperienze di quasi-morte, Tehran ha poco da offrire per essere una capitale, giusto qualche museo, un paio di monumenti di dubbio gusto, un grosso bazaar, una manciata delle solite moschee che ormai mi escono dalle orecchie... ed i murales...
Uno dei murales più
famosi di Tehran
(da internet)
Si, in realtà i murales di Tehran sono l'unica cosa che mi ha trattenuto dal prendere il primo bus per lasciare la città la mattina dopo il mio arrivo: i più numerosi sono quelli dedicati ai “martiri” delle varie guerre (soprattutto la guerra con l'Iraq degli anni '80), ci sono poi quelli puramente decorativi, quelli dedicati all'immancabile Ayatollah/Imam Khomeini e soprattutto – i più interessanti – quelli anti-americani, che si concentrano soprattutto attorno all'ex ambasciata yankee di Taleqani Street, un concentrato di “Abbasso gli USA”, Statue della Libertà con la faccia da teschio ed altre maledizioni ai diavoli a stelle e striscie in lingue ed alfabeti a me sconosciuti.
C'è persino un murales dedicato alla Madonna col Bambinello (si, a Tehran!) che ci tenevo a fotografare, ma il fatto che fosse in una zona periferica difficilmente raggiungibile me l'ha fatto saltare, obbligandomi a ritornare anzitempo nella squallida Mellat – il postaccio dove ho preso alloggio – un quartiere intero in cui le uniche attività commerciali sono rivendite di ricambi per auto e morire se si riesce a trovare uno stronzo che ti vende una boccia d'acqua.
Per cui adieu Tehran, dubito che mi mancherai...

lunedì 6 agosto 2012

Speed-dating is not a crime

No, non è vero, lo speed-dating (e non solo quello) è un crimine eccome in Iran. Ma andiamo con ordine.
Come avevo accennato qualche post fa, la storia recente dell'Iran ha avuto come evento principale il cambio al potere tra lo Scià (il re) ed il regime islamico avvenuto nel 1979.
Lo Scià non era certo un santo, pure lui reprimeva ed ammazzava i suoi stessi concittadini rei di andargli contro, ma, come dice il mio nuovo amico P. di Yazd, “con lo Scià si stava male, ma ora si sta peggio”.
Fu l'Ayatollah Khomeini a fondare la prima Repubblica Islamica della storia e ad imporre la legge coranica, o perlomeno la versione della legge coranica approvata dai suoi Mullah, la quale – lungi dall'essere un esempio di democrazia -  reintrodusse per esempio l'uso dell'Hejab (il velo) per le donne ed un'altra serie di assurdità di cui elenco quelle che mi sono giunte all'orecchio:

1) Le donne devono indossare l'Hejab in pubblico e possono toglierlo solo in presenza del marito o parenti stretti: questa in realtà è la legge più soft. Ok, tutte le donne a cui ho parlato in Iran odiano il velo, ma pure noi maschietti non è che possiamo andare in giro col tarello di fuori, quindi braghe lunghe, capelli corti e via andare!
2) Un uomo ed una donna non possono presentarsi insieme in pubblico a meno che non siano sposati o parenti stretti: la gente con cui ho parlato mi racconta che farsi sorprendere da un poliziotto in compagnia di “un'amica” non è proprio il massimo (qua chiamano ”amica” anche una donna con cui si ha una relazione ma non è tua moglie). Persino la pizza che siamo andati a mangiarci nel miglior ristorante italiano di Mashhad (figuriamoci gli altri!) era illegale: la nostra tremenda colpa era quella di essere riuniti in luogo pubblico pur non essendo sposati. La pena? Un mese di prigione, qualche frustata oppure una forte multa a seconda dell'umore del giudice.
3) Gli autobus sono divisi in due parti: uomini davanti e donne dietro. Nelle metropolitane invece le donne possono scegliere se stare in un paio di vagoni a loro riservati ed off-limits per i maschietti oppure andare nei vagoni misti.
4) E'illegale vendere, bere o possedere alcolici: persino in altri paesi fortemente islamici come l'Arabia Saudita pare sia possibile rimediare una cazzo di birretta senza rischiare le frustate, qui no. Niente paura comunque ubriaconi, le distillerie clandestine abbondano, assieme ai contrabbandieri che contribuiscono ad animare le feste di noi gggiovani.
5) Apppproposito di feste: non ci sono locali notturni. Nemmeno uno, in tutto l'Iran! I festini si fanno in casa di amici.
6) Non ci si può dare appuntamento su internet, il quale tra l'altro – inutile sottolinearlo – è fortemente censurato (niente feisbuc, niente tuitter, persino niente corriere.it!). Anche qui comunque niente paura: tutti, ma proprio tutti, inclusi gli internet cafè, sono dotati di connessioni a server proxy per fare il cazzo che si vuole, basta non farsi sgamare cosa che, se succedesse, sarebbe un'aggravante nel caso di imputazioni più serie.
7) Non si può abbandonare la fede islamica, pena: l'impiccagione. Attenzione però, questo non vuol dire che non si possa professare un'altra religione: ci sono infatti minoranze cristiane, zoroastriane* e persino ebraiche in Iran, sebbene non abbiano certo vita facile. Questo mi ricorda l'ironia della rivista strategicamente piazzata sul tavolino della sala d'attesa dell'ambasciata iraniana a Tashkent, che mostrava in copertina la foto di un cardinale che dice messa con sotto il titolo “Iran: un paese dove c'è libertà di religione”. Più o meno...
La maggior parte della gente comunque dichiara di essere musulmana pur senza essere credente, solo per evitare problemi inutili. L'ateismo è un'idea del tutto inconcepibile in Iran.
8) Vietatissime ovviamente le manifestazioni di piazza. Mi racconta A., un tizio conosciuto a Shiraz e sedicente attivista per la democrazia in Iran, di come rischia seriamente di essere scoperto e di conseguenza appeso come un pollo ad una gru ogni volta che partecipa ad una protesta.
9) Nessun uomo può ottenere il passaporto e quindi lasciare il paese senza aver prima svolto due anni di servizio militare, a meno di non oliare certi meccanismi con il vecchio metodo della corruzione.
10) Attenti a quello che dite alle guide turistiche. Queste periodicamente hanno l'obbligo di riportare chi-ha-detto-cosa alla polizia, rendendo potenzialmente tedioso il rilascio di un successivo visto o di un'estensione del medesimo.

Queste ed altre limitazioni contribuiscono sia a rendere impopolare l'Iran (o meglio il suo governo), sia ad esasperare la gente - soprattutto i giovani - i quali giustamente non ne possono più delle cazzate da medioevo dei Mullah e vorrebbero veder spazzata via tutta la merda che li governa, alcuni addirittura auspicando la guerra tanto minacciata da americani ed israeliani, mentre i più assennati capiscono che quest'ultima non porterebbe nient'altro che distruzione e l'unica via è cercare di lavare i panni sporchi in casa propria in qualche modo.

Ci sono però alcune leggende da sfatare, soprattutto sulle donne, le quali sono generalmente molto rispettate, non vengono segregate come coi talebani in Afghanistan ed hanno libertà quali il voto,  la guida, lo studio ed il divorzio che molte loro “colleghe” di altri paesi per esempio si sognano, senza contare che in casa comandano decisamente loro. Addirittura in molte famiglie pare che la donna lavoratrice tenga per sè l'intero stipendio, mentre i bisogni della famiglia siano esclusivamente a carico del marito. Insomma come vedete il governo iraniano non è sessista, rompe le palle a tutti indistintamente.
Negli ultimi anni ci sono poi state piccole conquiste, come per esempio l'innalzamento dell'età per il matrimonio (subito dopo la rivoluzione una donna poteva sposarsi a 9 anni, ora è a 13, anche se onestamente non ho mai visto mocciose maritate), il posizionamento del velo (ora si possono mostrare un po' di capelli, prima no), la possibilità di tenersi la mano in pubblico col proprio marito (fino a qualche anno fa era vietato) e l'abolizione della lapidazione per le adultere (non che ora facciano loro i complimenti, però...); cose che possono sembrare cazzate da niente, ma in realtà dimostrano che qualche piccola conquista la si può ottenere anche senza ricevere una pioggia di bombe al fosforo sulla testa.
Quindi per concludere, ok che secondo il calendario islamico siamo nel 1391 ed i governanti iraniani pensano di essere ancora nel medioevo, ma la realtà dei fatti è che siamo nel 2012 e queste psicopatie dovranno giocoforza finire presto. Con le buone o con le cattive.

*Zoroastrismo: la religione più seguita in Iran prima dell'avvento dell'Islam. Fondamentalmente erano adoratori del fuoco

domenica 5 agosto 2012

Non so a voi, ma a me il Ramadan mette appetito...

Ormai ne ho la certezza: il tempismo non è e non è mai stato il mio forte. L'ultima conferma viene da questa zingarata iraniana effettuata nel non proprio idilliaco periodo tra luglio e agosto, non solo per il caldo, ma soprattutto per il Ramadan - il mese sacro dei musulmani – che in un posto che si definisce “Repubblica Islamica” si suppone sia rispettato piuttosto rigorosamente.

La cosa all'inizio mi aveva fatto prendere piuttosto male in quanto - nel caso non lo sappiate – durante il Ramadan è proibito bere, mangiare, fumare e fornicare come conigli dall'alba al tramonto e, sebbene i due ultimi punti non costituiscano un problema, i primi due possono generare grattacapi, soprattutto per uno come me che non è famoso per le riserve di ciccia e che necessita un nutrimento costante manco fossi un neonato.

Fortunatamente, come recita un vecchio adagio, ad ogni problema corrisponde una soluzione, ecco quindi come sopravvivere al Ramadan in uno dei paesi più influenzati dall'islamismo sulla faccia della terra.
Cominciamo subito col dire una cosa: almeno la metà della popolazione se ne batte altamente le balle del digiuno e l'unica noia che un'occidentale potrebbe avere nel caso fosse sgamato a divorare piatti di Polow con Khoresht prima delle 20.30 è un timido cazziatone da parte di qualche nonno vecchio stile, che potrete amabilmente mandare a cagare facendogli notare che il Ramadan è per i musulmani e che voi non lo siete e nemmeno volete diventarlo.
Tuttavia va considerata una basilare regola di rispetto, ovvero che mangiare in faccia a qualcuno che sta digiunando non è propriamente carino, ed ecco così che nascono i ristoranti anti-sgamo: se in Iran, durante il Ramadan, vedete un ristorante con i vetri ricoperti da fogli di giornale, non vuol dire che stanno ridipingendo i muri, ma che vogliono solo nascondere il fatto che all'interno vi si cela una mandria di famelici divoratori di qualsivoglia pietanza.
Un'altra opzione consiste nell'esplorare i vicoli più imboscati alla ricerca di un venditore di fregnacce clandestine, come quello che abbiamo trovato vicino al bazaar di Shiraz, un nonno oppiomane dallo sguardo circospetto, manco stesse smazzando dosi di eroina davanti ad una scuola elementare.

"Nooonno, sai il culo che ti fa la madama se ti sgama a spacciare i panini con le polpettine di ceci in pieno giorno durante il Ramadan?"

Ed in effetti il nonno rischia seriamente un paio di dozzine di scudisciate, o più probabilmente una fornitura massiccia e gratuita di panini con le polpettine di ceci a tutta la caserma degli sbirri.
In ogni caso niente paura, i vostri stomaci affamati non soffriranno il Ramadan, alla facciazza dell'Ayatollah Khomeini, dei Mullah e della Repubblica Islamica.
Dai belo questo mio vicolo no tuo vicolo, ja tanto che tu viene qui rompere
me cojone... tu da me 20, io da te polpetina, se tu da me 25 io fasho te ajunta di pomodore ah?

venerdì 3 agosto 2012

Lavùra tut el dì e 'l pistola sun semper mi

Shiraz, Iran (Km.25864). Quando lasciai senza rimpianti i meravigliosi lidi (?) del lavoro impiegatizio milanese anni orsono, mai avrei pensato di ritornare in un ufficio ad eseguire il medesimo mestiere... in Iran.
Ma cominciamo dall'inizio: riuscire a defilarsi per 30 secondi filati dal proprio host iraniano in modo da riuscire a contattare qualcuno da cui farsi ospitare nella città successiva si rivela molto spesso difficile ed è così che, al momento di lasciare la città di Yazd - storico centro nel mezzo del deserto - in direzione Shiraz, mi ritrovo senza alcun numero da contattare per scrocchignolare una branda e scambiare le solite chiacchiere coi simpatici locals.
Poco male – mi dico – vorrà dire che a sto giro mi tocca andare in ostello e per l'occasione scelgo di puntare a quello che la Lonely Planet descrive come un tetro bivacco di pellegrini rigorosamente maschi in cui però non si dovrebbero spendere più di 2-3 dollari a notte.
Arrivato a destinazione ovviamente dell'ostello sopracitato non v'è nemmeno l'ombra, alchè vengo intercettato da A., un simpatico giovincello locale che me lo fa vedere luuuuuui un buon ostello.

Lo seguo e già nella mia mente piena di preconcetti ereditati del resto dell'Asia (se qualcuno ti tira in mezzo al 99% vuole venderti qualcosa) sto pensando a come levarmelo dai piedi, soprattutto quando mi dice che è una guida turistica, facendo quindi scattare l'”allarme-asciugo”.
In realtà l'aiuto del simpatico amico è del tutto disinteressato, vengo così alloggiato in quello che è probabilmente l'ostello più pettinato di tutto l'Iran dove il piano era di passare un paio di giorni per vedere le quattro fregnacce della città e le rovine di Persepoli nelle vicinanze.
Purtroppo per i miei piani però commetto l'errore di confessare al capo della baracca che in un passato remoto ho avuto a che fare con siti web ed affini il che, unito al fatto che sono l'unico italiano che abbia mai incontrato a saper esprimere un concetto in lingua inglese che va al di la di “de pen is on de teibol”, fa scattare la proposta indecente: ingaggiare la mia persona per 2-3 giorni in cambio di vitto, alloggio ed una manciata di dollari americani in cambio della traduzione in italiano del loro sito web più la revisione dei disastrati testi del sito di un altro suo business turistico.
Nonostante il fatto che per la cifra offertami - in qualsiasi altra parte del mondo - non avrei nemmeno accettato di puntare la sveglia al mattino e nonostante sia in ritardo clamoroso sulla tabella di marcia verso il rientro a casa, previsto in teoria per metà agosto (seee, come no!) decido che la cosa si può fare per le seguenti ragioni:

1) Il rientro al 15 agosto era strettamente legato ad una questione economica. Il fatto di poter rimanere a Shiraz qualche giorno in più a costo zero, venendo in più pagato per il disturbo, è un buon motivo per posticipare il rientro nella lugubre Padania.
2) I soldi, per quanto pochi, mi permettono di coprire le spese di almeno due settimane in un posto come l'Iran, il quale non è esattamente il paese più dispendioso della terra, soprattutto se si considera l'abbattimento a zero dei costi di accomodation (scroccata) e birra (proibitissimissima).
3) L'ostello è bello e pullula di giovinastri amichevoli di ogni nazionalità per cui ci rimango volentieri.

Certo che ritornare a fare un qualsiasi lavoro a 4 mesi di distanza dall'ultimo svolto è una mazzata, tornare in un ufficio per fare più o meno quello che con tanta gioia avevo abbandonato è poi ancora peggio, ma ehi, oggi ho già finito ed è quindi ora di schiodarsi verso la prossima tappa: Esfahan.

mercoledì 1 agosto 2012

Iran! (Ma non è pericoloso?) - Seconda parte

Subito dopo la visita “proibita” all'Holy Shrine, H. decide di portarmi in gita a Neishabur, un posto ad un centinaio di chilometri da Mashhad di cui voglio raccontare non tanto le dubbie bellezze (ci sono un paio di tombe di poeti e/o artisti a me sconosciuti e di cui non me ne poteva fregare di meno), quanto per dare un esempio di come l'Iran ha il potere di resettare il concetto stesso di ospitalità: il mio nuovo amico - sempre tramite Couchsurfing.org – contatta un tipo a caso, ovviamente mai visto prima, per chiedergli di scorrazzarci in giro per Neishabud, perchè noi non siamo del posto e non sappiamo come muoverci.

Bene, immaginatevi la scena: voi siete spaparanzati sul divano a grattarvi i maroni davanti a Maria de Filippi o magari state lavorando, quando vi chiama un tipo che manco sapete che faccia ha, dicendo che lui sta arrivando nella vostra città tempo un'oretta e vorrebbe che a titolo assolutamente gratuito voi gli faceste da guida.
Non solo non veniamo mandati a cagare o rimbalzati con le scuse più strampalate, ma veniamo accolti da H. (un'altro H.!) come se fossimo dei re o perlomeno amici da sempre, portandoci in giro con la sua Jeep scassata con un entusiasmo impossibili da descrivere a parole.
“Ma davvero voi due non vi conoscevate prima di mezz'ora fa?” - chiedo  - “No no: ospitalità iraniana!”. Sticazzi! Immagino me stesso o chiunque dei miei amici e conoscenti nella stessa situazione e credo che nessuno di noi sarebbe stato così caloroso con dei perfetti sconosciuti. In Iran è la normalità.

Visitate le fregnacce tombali - e facendone aprire anche un paio solo per noi contattando parenti e amici con le mani in pasta – ci porta a conoscere suo padre, il quale, come segno di accoglienza, ci regala un prezioso campione di sangue profumato che le femmine del cervo sviluppano in un'apposita sacca nel periodo degli accoppiamenti (detto così fa un po' schifo, ma è un segno di grande rispetto a quanto pare), veniamo poi omaggiati di una copia a testa di un libro di Khayyam, un poeta antico molto famoso in Iran che fondamentalmente parla di quanto è bello ubriacarsi di vino e di quanto siano degli idioti i musulmani e che incredibilmente non è censurato dal regine dei Mullah, o perlomeno non completamente. La mia copia è addirittura in doppia lingua persiano/inglese con tanto di data e dedica personalizzata sul frontespizio.
Ci sentiamo quasi in imbarazzo a ricambiare offrendo solamente una cena da poche migliaia di Rial, e persino in colpa a dovercene andare, rimbalzando (noi si!) il suo invito a rimanere a casa sua per la notte, ma io sono ancora ospite da Mohammed il fricchettone e non posso trattarlo come se fosse un hotel, quindi a malincuore ce ne ritorniamo a Mashhad in serata.
Qualcuno ha ancora paura di venire in Iran?

lunedì 30 luglio 2012

Iran! (Ma non è pericoloso?) - Prima parte

Cominciamo subito a sfatare questo mito: l'Iran NON è un posto pericoloso, NON è popolato da integralisti islamici a caccia di teste di infedeli e NON c'è nessun tipo di odio o rancore nei confronti di occidentali, americani e persino israeliani... anzi... (almeno da parte della stragrande maggioranza della popolazione, ma questo lo vedremo poi). In effetti l'unico modo di rischiare la pelle da ste parti è attraversando la strada con la testa fra le nuvole rischiando di venire asfaltati come dei cuccioli di beagle che giocano con una paperetta di gomma sull'Autostrada del Sole all'ora di punta (lo stile di guida iraniano può essere definito - diciamo così - “creativo”).

Fatta questa doverosa premessa tranquillizzatrice, possiamo cominciare dall'inizio: l'attraversamento del tetro confine turkmeno-iraniano si rivela più complicato del previsto ancora una volta grazie alla simpatica ambasciata turkmena in Uzbekistan, la quale mi obbliga - scrivendomelo come clausola sul visto - ad attraversare la poco frequentata frontiera di Artiq, a 120km ad est di Ashgabat, dove l'evidente poca dimestichezza con i passaporti occidentali prolunga la mia attesa nella squallida sala d'aspetto di entrambi i lati ben oltre le 4 ore: i turkmeni come al solito sono ossessionati dalle foto - controllate e ricontrollate mille volte – fino a che, appurato che non ho foto della loro stramaledetta capitale o di donne/uomini/bestie nudi, mi fanno passare dall'altra parte, dagli ancor più paranoici iraniani.
Essendo l'unico europeo vengo subito preso da parte ed esaminato separatamente dalla valanga di locals e, mentre la cosa è solitamente è positiva, dato che gli occidentali in genere vengono sbolognati più rapidamente, qui invece è negativa, perchè vengo subito torchiato da tre gentili ma curiosi agenti di frontiera a cui la mia presenza qui puzza di bruciato: cosa ci vieni a fare in Iran? Dove vai? Che città vuoi visitare? Perchè non hai preso un aereo per tornare in Italia? Perchè hai uno stampo malese sul passaporto? Perchè hai un visto di 120 giorni per la Cina? (ma soprattutto) Sei mai stato in Israele?

Rispondo pazientemente ad ogni domanda, mentre un gentile tarchiatello esamina per l'ennesima volta la macchina fotografica alla ricerca di foto compromettenti ed asciugandomi a sua volta con cento domande del cazzo: Cos'è sta foto? Perchè hai fotografato questo palazzo? Se sei stato in Kazakistan perchè non ci sono foto del Kazakistan?

Ribatto annoiato ad ogni questione mentre nell'altra stanza li vedo armeggiare con passaporto, carta, penna ed una cartina del mondo per verificare se le date dei miei visti ed il percorso che dichiaro di aver fatto sono compatibili. Ovviamente lo sono, così mi lasciano andare scusandosi sinceramente per la lunghezza della procedura ed augurandomi buona permanenza, chiaramente non prima di un'approfondita ispezione dei miei bagagli (cos'è questo? IL SAPONE, CRISTODDIO!!!).

Nozioni preliminari
Ci sono tre cose che bisogna imparare tempo zero appena si mette piede in Iran:
1) Leggere i numeri: anch'essi sono scritti in alfabeto persiano, ma per confondere un po' le idee, al contrario delle lettere, si leggono da sinistra verso destra. Indispensabile saperli leggere quando per esempio ti trovi davanti l'autobus numero ۶۴ (64) mentre tu invece devi prendere il ۵۲ (52).
2) Saper gestire i soldi: la valuta iraniana è il rial (19.000 rial per 1 dollaro) ma nessuno ragiona in rial, tutti parlano di Tomans, che valgono 1/10 di rial. Quindi se ti dicono che una cosa costa 1000, in realtà devi cacciare fuori la banconota da 10.000, perchè quest'ultime sono espresse in rial.
3) I bancomat non funzionano: con le carte di credito europee non andrete lontano, quindi bisogna portarsi dietro dollari o euri e cambiarli in loco (questo a dire il vero è bene saperlo PRIMA di entrare in Iran!)

In realtà ci si abitua alla svelta ai primi due punti e finora non ho incontrato nessuno così stupido da andare in confusione per più di un paio d'ore dall'ingresso nel paese o che non sapesse la storia dei bancomat (a parte una giapponesina che però la perdoniamo perchè è così carina...)

Mashhad, Iran (Km.24483). La prima tappa iraniana è la città santa di Mashhad, nel nord-est del paese, dove – come caldamente consigliato da più parti – inizio la gioiosa pratica del Couchsurfing.
I primi ad ospitarmi sono una coppia di hippies in salsa persiana, con il marito – Mohammed – che oltre ad essere ovviamente vegetariano ha anche recentemente abbandonato l'uso della telefonia cellulare in quanto le onde disturbano le api (?!?!?).
Il suo sogno è aprire una comunità autosufficiente in qualche area remota e finora si è spostato solo per attendere corsi di yoga in India ed ha mancato per un pelo un giro in Italia per una conferenza di breathariani, gente fuori di melone che sostiene che è possibile nutrirsi esclusivamente di luce ed aria.
Stranezze a parte, i due fricchettoni ci stanno dentro e ricalcano i rumors circa l'estrema ospitalità iraniana: cinque persone contattate su couchsurfing.org, quindici risposte. Tra questi decido di incontrare anche la famiglia G.*, due sorelle ribelli ed un fratello regolare che si occupano di me portandomi a destra e a sinistra solo per il puro piacere di incontrare gente di cultura diversa e che tempo un paio d'ore mi han già presentato ad una nutrita batteria di amici tra cui un ex scrittore per la Lonely Planet che sostiene di esser riuscito a visitare Israele, nonostante la cittadinanza iraniana, tramite una serie di agganci col consolato danese e H., un altro tizio che si offre di portarmi nell'area teoricamente interdetta ai non-musulmani dell'Holy Shrine, la principale attrattiva di Mashhad, un santuario che custodisce le spoglie dell'Imam Reza, un tizio assassinato mille anni fa, ma che i musulmani piangono tutt'oggi come se gli fosse morto il gatto il giorno prima.

Allo Shrine ci ero già stato per i fatti miei, ma me l'ero menata ad entrare nell'area proibita in quanto non sapevo come muovermi: quello è l'ingresso per gli uomini? E' qua che mi devo togliere le scarpe? E se qualcuno mi fa domande?
H. giustamente mi fa notare che 1) come fanno a sapere che non sono iraniano e/o musulmano? La maggioranza degli iraniani ha i tratti somatici esattamente uguali ai nostri e 2) e pure se mi fermano cosa dovrebbe succedere, mi sculacciano?
Così il giorno dopo torno al mausoleo con le istruzioni di seguirlo, stare zitto e fingermi sordomuto se qualcuno mi rivolge la parola. La tattica funziona, così riesco a vedere la parte bella dello Shrine (l'area gentilmente concessa a noi infedeli in realtà non è niente di che) con sale ricoperte di migliaia di minuscoli specchi e porte dorate che i fedeli baciano e riveriscono come reliquie, per poi raggiungere la gabbia che protegge la tomba dell'Imam, dove uomini, donne, vecchi e bambini si accalcano con foga nel tentativo di toccare e possibilmente baciare l'importante struttura. (...continua...)

* Ometto i nomi perchè organizzare appuntamenti via internet in Iran è illegale (tranne “Mohammed” tanto ce ne sono così tanti che valli a beccare...)

La gabbia che contiene la tomba dell'Imam Reza nell'Holy Shrine (da internet)

domenica 29 luglio 2012

Prossima tappa: Iran

Capitale: Tehran
Storia in breve:  Abitata da varie popolazioni autoctone studiate sui libri di scuola da migliaia di anni prima di Cristo, venne successivamente conquistata dagli arabi che imposero l'Islam. In tempi recenti vanno segnalati il cambio del nome da Persia a Iran negli anni '30 del XX secolo e la rivoluzione del 1979 che cacciò lo Scià instaurando la Repubblica Islamica con a capo l'Ayatollah Khomeini, morto nel 1989.
Cose da vedere:  Il tragitto prevede di iniziare nella città di Mashhad, non lontano dal confine turkmeno, per poi attraversare il deserto del Dasht-e Kavir e visitare le città di Yarz, Shiraz (con le rovine di Persepoli), Esfahan e poi finalmente giungere nella capitale Tehran.
Aspettative:  E' raro sentire solo recensioni positive su di un paese da parte degli altri viaggiatori, ma da chi è stato in Iran non ho sentito una sola parola che non fosse di entusiasmo, sia per il posto che per la gente. Aspettative molto alte quindi.
Pazzesco se ci pensi:  Il funerale dell'Ayatollah Khomeini, il padre della rivoluzione del 1979, fu probabilmente uno dei più seguiti della storia, con oltre 10 milioni di persone riverse per le strade a piangerlo che riuscirono addirittura a rubare la salma dal corteo funebre portandola a spalla e strappandone le vesti per ottenere reliquie.
Il tragitto iraniano

venerdì 27 luglio 2012

Sono Pazzi Questi Turkmeni - Terza parte (Fuga nel deserto)

Derweze, Turkmenistan (Km 23825). In serata decido che ne ho abbastanza di Ashgabat e di sta manica di imparanoiati e opto per una rapida migrazione verso nord attaverso il deserto del Karakum (quello dell'incidente ad Ambrogio Fogar) per vedere il Cratere di Derweze, una enorme buca da cui fuoriesce gas naturale che va a fuoco ininterrottamente da 50 anni.
La storia in breve è questa: i sovietici erano alla ricerca di un giacimento di gas qui nel deserto turkmeno, quando ad un certo punto durante gli scavi e le trivellazioni andٍ tutto a fuoco (ci sono varie versioni sulle cause). Gli esperti pensarono che tutto si sarebbe risolto in qualche giorno, mentre è inutile dire che si sbagliavano di grosso.
E' un po' di tempo che il governo turkmeno sta pensando di chiudere il cratere spegnendo definitivamente le fiamme, senza contare che prima o poi la riserva di gas si esaurirà spontaneamente, per cui non c'è tempo da perdere, vedere il Cratere di Derweze è un “ora o mai più”, quindi dopo una trattativa lunga e serrata, io e l'australiana logorroica conosciuta in Uzbekistan e ribeccata qui, riusciamo a strappare un prezzo vagamente decente da un tassinaro che per 30 dollari a cranio offre un return trip lungo i 300km che separano Ashgabat da Derweze (curiosità: il villaggio di Derweze fu demolito qualche anno fa per ordine di Niyazov che lo riteneva “brutto”).
Il cratere dall'alto (da internet)
Ad Ashgabat non esiste un alloggio per meno di 50 dollari a notte, per cui il viaggio overnight nel deserto ci fa risparmiare anche un bel po' di dindini, quindi si parte, raggiungendo la destinazione intorno a mezzanotte e qui le opzioni sono due: farsi a piedi gli 8km che separano la strada dal cratere, in mezzo al deserto, di notte, con gli scorpioni, seguendo il bagliore delle fiamme in lontananza per l'andata e cercando di ritornare sempre a piedi in qualche modo il mattino dopo rischiando di perdersi e morire come dei cani sotto il sole assassino OPPURE dare 10 dollari  a dei tizi che vivono in una delle baracche lungo la strada per farsi dare un passaggio in moto.
Non vi dico neanche quale delle due alternative è stata quella vincente, vi dico solo che qualche decina di minuti dopo ero di fronte ad una enorme buca da cui fuoriescono lingue di fuoco e a cui nessuna fotografia puٍ rendere giustizia.
La mattina successiva all'alba, al ritorno nella capitale, sono pronto per andare dritto verso il confine iraniano.

giovedì 26 luglio 2012

Sono Pazzi Questi Turkmeni - Seconda parte (Welcome to Paranoid City)

Ashgabat, Turkmenistan (Km 23555). Dopo una notte di riposo passata nell'unico, squallido ma economico dormitorio di Mary, si prosegue verso Ashgabat, la capitale nazionale, un posto in cui intendo verificare certe leggende che ho sentito ho letto in giro.
Iniziamo subito col dire che Ashgabat non è una città come le altre, ma è la sede di uno dei regimi più totalitari del mondo moderno che lega il suo nome al dittatore Saparmurat Niyazov il quale, da segretario del Partito Comunista Turkmeno, si è ritrovato nel 1991 inaspettatamente a capo di una nazione indipendente e li ha perso la testa: ha cominciato autoproclamandosi  "Turkmenbashi", ovvero “Padre dei Turkmeni” (Turkmenbashi è oggi anche il nome del principale porto turkmeno sul Mar Caspio), rinominando i giorni della settimana con quelli dei suoi parenti, incoraggiando l'uso della lingua turkmena ed inventandosi un nuovo alfabeto protetto da copyright (???), l'Elipbi, che in verità è uguale all'alfabeto latino, ma usa un sacco di W e Y al posto della V e della I.
Il buon Niyazov ai tempi d'oro
Come se non bastasse, il nostro eroe si è inventato pure una specie di poema epico, il Ruhnama, che racconta la sua personale versione della storia turkmena e che è celebrato in ogni angolo della capitale. Ma è proprio la capitale il suo capolavoro di megalomania: iniziamo ammettendo una cosa: Ashgabat è bellissima. Davvero, Niyazov sarà stato pure un pazzo, ma ha trasformato la solita cittadona in cemento sovietica in un gioiello pieno di fontane maestose (quanta acqua sprecata in mezzo al deserto!), palazzi in marmo bianco con cupole d'oro, strade larghe e pulite, piazze adornate da colossali monumenti che nel 99% dei casi sono dedicati a lui stesso, all'amata madre o al libro del Ruhnama sopracitato. Ah dimenticavo: Niyazov è morto qualche anno fa, ma il suo successore, un certo Gurbanguly Berdimuhammedow, non è affatto intenzionato a cambiare registro!
L'unica cosa che stona? Che non c'è in giro anima viva!
Ok, capisco che i magnifici palazzi delle varie facoltà universitarie siano deserte di sabato, ma in giro per le strade e per le piazze non c'è letteralmente nessuno che non siano poliziotti, militari oppure un piccolo esercito di uomini e donne delle pulizie impegnati a lucidare i cancelli dei palazzi governativi oppure a pulire le conseguenze di una misteriosa alluvione di fango che pare abbia allagato gran parte delle città in un passato molto recente ma su cui nessuno pare in grado di darmi maggiori informazioni.
E poi c'è il discorso della paranoia tipica di tutti i paesi con un regime totalitario: mi sarebbe piaciuto infatti documentare la gita ad Ashgabat con una degna rassegna fotografica, purtroppo per fare foto a qualsiasi cosa  nel centro cittadino è assolutamente proibito, anche se ingenuamente pensavo che bastasse far finta di niente, scattare con la fotocamera al collo ed usare un grandangolo per riuscire a portare a casa un ricordino. E invece un par di palle!

Ashgabat di notte
Il fatto che le strade siano deserte non ti fa passare certo inosservato ed avere una fotocamera al collo non ti fa andare lontano senza essere fermato dalla polizia ed è cosi che, mentre attraverso una piazza piena di donnine intente a lucidare una fontana che ho prontamente fotografato con la necessaria nonchalance, vengo richiamato in lontananza da un soldato.
All'inizio pensavo che questo volesse farmi cambiare solo marciapiede (MAI camminare su un marciapiede che corre lungo un palazzo del governo, scherzi?) invece ce l'aveva proprio con me! Dalla radio qualcuno appostato dentro il palazzo che si affaccia sulla piazza deve aver segnalato la mia presenza, vengo quindi consegnato ad un altro militare sbucato dal nulla che a sua volta mi consegna a due sbirri decisamente annoiati che finalmente sanno come passare la successiva mezz'ora.

- Documenti? Atkuda? Aaaah, Italia. ANDREA PIRLO!
- Eh si che ci vuoi fare zio, anche noi abbiamo i nostri problemi.
- Camera camera.
- Si bella vero, l'ho comprata in Australia


Ovviamente cerco di recitare il più possibile la parte dell'ingenuo turistello teletrasportato qui per caso, mentre in realtà so benissimo dove vogliono andare a parare, vogliono controllare che non abbia fatto foto alla città. Inutile dire che ne avevo già fatte una cinquantina!
Lo sbirro grasso me le cancella una ad una scuotendo la testa, mentre il suo socio mi mima con le dita le sbarre di una prigione, mentre io fingo di non capire e lui comincia con le domande:

- You spion? (con tono a metà tra una domanda ed un'affermazione)
- Ma quale spion deficiente, ma chi se l'incula i palazzi presidenziali del Turkmenistan. Oltretutto hanno inventato una cosa che si chiama “satellite”, persino mia nonna se va su Google Earth la vede tutta la tua città del cazzo!


Ovviamente la risposta ed il tono li tengo fra me e me, in realtà mi limito a negare e a spiegare che sono un povero turista affascinato dalla “Krasivih Gorat” (bella città) che voleva solo un paio di foto ricordo e non sapeva che fosse vietato. Che poi se vogliamo è la pura verità, se escludiamo l'ultima parte.

E allora questo incalza: You Journalist!
Ma nooo zio, io “mashina Nova Zelandia”, se anziché limitarti a stropicciarmi il passaporto con le tue manacce luride, ti fermassi a leggerlo, vedresti che ho un visto di lavoro neozelandese ed una serie di altri adesivi colorati che documentano il mio percorso!

Dopo mezz'ora di domande inutili, quando finalmente riesco a convincerli che sono innoquo, mi lasciano andare, anche se ho come l'impressione che qualcuno continui a seguirmi per almeno l'ora successiva. La paranoia di Ashgabat ha contagiato anche me!

mercoledì 25 luglio 2012

Sono Pazzi Questi Turkmeni - Prima parte (L'arrivo)

Il pre-partenza da thrilling - con visto ottenuto 4 ore prima della partenza del treno verso Bukhara, dove poi avrei proseguito verso il confine turkmeno - spezza la monotonia dell'ennesimo giorno sprecato a Tashkent in attesa di levare le tende verso nuovi orizzonti.
Ormai mi ero già rassegnato a vedermi rimbalzato dalla non certo incoraggiante ambasciata turkmena, cosa che mi avrebbe forzato a prendere un aereo per l'Iran rovinando irrimediabilmente la mia traversata overland verso la nebbia padana; invece contro ogni previsione, all'ultimo secondo utile, da Ashgabat danno l'ok: ci hanno pensato su per 24 giorni, ma alla fine han sentenziato che sono degno di avere un visto di ben 5 giorni per attraversare il Turkmenistan! Grazie, quale onore... 35 dollari, arrivederci e grazie.

La buona novella, arrivata contemporaneamente anche per un'altro manipolo di disperati ormai rassegnati anch'essi a cambiare i propri piani, causa scene di entusiasmo collettivo, bocce di champagne che partono, esultanze da gol nel derby... ma non c'è tempo, almeno per me, di perdere ulteriore tempo in fregnacce, come detto c'è un treno che avevo prenotato giorni prima scegliendo una data a caso che mi aspetta sul binario 5 della stazione di Tashkent, pronto ad appropinquarmi all'agognato posto di confine.

Una volta sceso a Bukhara ed aver rimediato un passaggio a Karakul, tocca prendere un taxi per percorrere il breve tragitto verso la frontiera di Farab, dove il cocchiere fa incominciare la solita tarantella:

- Atkuda? (da dove vieni)
- Italia
- Ah, Italia! MAFIA!
- See, tua sorella, dai portami al confine che c'ho premura (non dicevo la parola “premura” dal 1991)

Dopo qualche decina di minuti si arriva al confine, ma nonostante siano già le 10 del mattino i due John Rambo messi a guardia dell'ambaradan han deciso di lasciare tutti fuori, alchè gli chiedo in russo maccheronico qualcosa tipo: "sentimaaaaa, quand'è che apre la baracca?"
La risposta è in realtà la solita domanda:

- Atkuda?
- Italia
- Ah, Italia! MARIO BALOTELLI!
- Ma tuo cugino di terzo grado è Mario Balotelli, dai adesso apri sto cancello o la dobbiamo fare difficile?

Sempre detto che ogni tanto basta chiedere: la presenza di un esotico mangiapizza evidentemente mette il Sergente Hartman di buon umore e cosi il cancello magicamente si apre (se stavo ad aspettare che gli uzbeki in fila chiedessero di aprire saremmo tutti ancora la!) quindi - dopo essermi sparato sti 2km a piedi nella torrida No-men's land – arrivo nel lato turkmeno della frontiera, dove sembra che non abbiano mai visto un passaporto straniero in vita loro ed allora ovviamente indagano:

- Atkuda?
- Italia
- Ah, Italia! MAMMA MIA!
- Si, la mamma tua mi deve ancora il resto, adesso posso andare o qualcun altro dei tuoi colleghi vuole dare un'occhiata ai documenti?

E allora finalmente sono in Turkmenistan. Ehi ma aspetta un momento, in realtà mi ritrovo letteralmente in mezzo al deserto più caldo ed assassino che si possa immaginare. L'unico tassinaro arrivato fin qua a caccia di clienti sa che se non tira su me stasera non mangia e io so che se non vado con lui rimango li in mezzo alla sabbia ed agli scorpioni come un pirla fino a domani mattina.

- Atkuda?
- Italia
- Ah, Italia! ADRIANO CELENTANO!
- Si zio, come dici tu, perٍo vero che mi porti a Mary, 350km più a sud, per 5 dollari?

Ci accordiamo per 10 e, riempita la macchina con altri locals, si parte col preciso intento di vedere quanto più Turkmenistan possibile nel poco tempo concessomi dalle autorità.

giovedì 19 luglio 2012

Prossima tappa: Turkmenistan

Capitale: Ashgabat
Storia in breve: Similmente ad altri paesi della zona, il Turkmenistan ha seguito la solita trafila: da nomadi, a conquistati da macedoni, arabi e mongoli, fino ai piu' recenti cambi di potere fra i vari Khan ed i russi zaristi prima e bolscevichi poi. Il Turkmenistan e' indipendente dal 1991, data della caduta dell'URSS.
Cose da vedere: Considerando che al momento della scrittura di questo post sono ancora prigioniero a Tashkent, ostaggio dell'ambasciata turkmena che non si e' ancora degnata di mettermi il visto sul passaporto (e siamo al 24esimo giorno di attesa!!!!) onestamente non so cosa riusciro' a vedere. Anche perche tutto sto casino e' solo per un visto di transito da 3 o 5 giorni (a loro discrezione) per cui sebbene in lista ci siano le rovine dell'antica citta' di Merv, la capitale Ashgabat ed i crateri di Derweze, temo che una o piu' di queste destinazioni sara' facilmente saltata.
Aspettative: Un enorme deserto in cui bisogna fare i salti mortali per entrare. Non ci ho ancora messo piede, ma gia' non vedo l'ora di lasciarmelo alle spalle.
Pazzesco se ci pensi: Ogni cittadino turkmeno ha diritto a 650 litri di benzina gratis all'anno, piu' gas ed elettricita' gratis fino al 2030. Si, peccato che debba sottostare ad una delle dittature piu repressive ed oppressive della terra, seconda al mondo dietro alla Corea del Nord.

domenica 15 luglio 2012

Mi dovete mollare!!!

Tashkent, Uzbekistan (Km 22258). Ci risiamo. Ancora una volta mi ritrovo impantanato in un posto dove non ho più niente da fare o vedere a causa di lungaggini e problemi burocratici completamente inutili riguardanti i vari visti ed è già la terza volta che succede in questo viaggio: escludendo i tempi strettamente tecnici ho dovuto sprecare 5 giorni a Shanghai, almeno 10 giorni in Kazakistan, da cui non potevo uscire prima del 25 giugno e adesso per colpa dei turkmeni rischio di rimanere qua a Tashkent un'altra settimana ad aspettare il loro visto di trasito di merda che ci mette 20 giorni – non uno di meno – per essere emesso ed il ventesimo giorno scade lunedi, poi però non posso passare la frontiera prima di venerdì prossimo, a meno di non riuscire a convincere quel simpaticone dell'omino dei visti ad anticipare le date di un paio di giorni.
Insomma problemi... avevo addirittura anticipato il mio rientro nella capitale illudendomi che quel maledetto adesivo fosse pronto con qualche giorno d'anticipo, ma niente, il ciccione buontempone dell'ufficio consolare dice che bisogna aspettare. Ma aspettare cosa diosanto? Probabilmente hanno le mie scartoffie nel secondo cassetto della scrivania, ma non c'è verso di fargliele tirar fuori prima di lunedì perchè...? Boh, perchè si, così è deciso, l'udienza è tolta.

Mazar-i Sharif, Afghanistan
Che poi il Turkmenistan è li in mezzo e non c'è modo di saltarlo se si vuole tornare in Europa via terra dall'Asia Centrale, a meno di non bypassarlo attraverso l'Afghanistan, cosa che ho seriamente preso in considerazione, dato che ottenere un loro visto è nettamente più semplice e mi avrebbe permesso di vedere Mazar-i Sharif, un posto della madonna appena oltre il confine Uzbeko, ma poi sarei dovuto andare fino ad Herat, a due giorni di strada attraverso le montagne, strada che però pare imbottita di posti di blocco talebani e tutti noi sappiamo quanto costoro non abbiano in simpatia gli occidentali in generale ed i mangiapizza in particolare, ci manca solo che mi tocca fare un video-appello a Napolitano chiedendo di essere liberato in cambio del ritiro delle truppe spaghettivore da Kabul, cosa che farei anche volentieri, ma di certo non sotto la minaccia di un AK-47 talebano, ergo cicciaculo, mi tocca aspettare i turkmeni.

Tutto questo è tedioso non solo per l'attesa in se, quanto per il fatto che ora mi toccherà farmi di fretta Iran e Turchia, o perlomeno scegliere di farne solo una delle due per bene e dare solo un'occhiata all'altra. Ovviamente ho scelto di fare l'Iran per bene e rimandare a malincuore un'esplorazione approfondita della Turchia a data da destinarsi, senza contare che per il post-Istanbul rinuncerò giocoforza ad un rientro attraverso i balcani, per optare per un più breve percorso attraverso il nord della Grecia oppure Bulgaria/Macedonia, con traghetto per Ancona preso da Patrasso o più probabilmente da Durazzo, in Albania.

Bene, questo è quanto, ci risentiamo quindi dal Turkmenistan dove vi darò un'idea di che razza di gabbia di matti è quel posto e sul perchè non c'è da aspettarsi niente di buono dalla loro classe dirigente, inclusi – come ho avuto modo di constatare personalmente - i loro rappresentati all'estero, ovvero le ambasciate.
Linea verde: strada che mi tocca fare attraverso il Turkmenistan
Linea rossa: strada che non s'ha da fare in Afghanistan

mercoledì 11 luglio 2012

La Pozzanghera d'Aral

Mi son sempre bullato con gli amici di essere uno scimmiato di geografia sin dai tempi delle elementari e ricordo perfettamente quando la maestra ci raccontò del Lago d'Aral, uno dei più grandi al mondo, tanto che era spesso chiamato anch'esso “mare”, il Mare d'Aral.
Il Lago d'Aral negli anni '60 e nel 2010
Solo in tempi recenti però mi è giunta all'orecchio la storia della catastrofe dell'Aral, un disastro ambientale che ha ridotto drasticamente la superficie del lago fino ad una piccola frazione di quello che era negli anni '60. La causa principale di tutto sto casino sono i sovietici, che imposero la monocoltura del cotone alla Repubblica Uzbeka, la quale doveva solo preoccuparsi di produrre migliaia di tonnellate di fiocchi bianchi che poi venivano impacchettati e spediti tali e quali in qualche parte dell'impero, dove qualcun altro doveva solo preoccuparsi di filare il tessuto per produrre magliette o mutande. All'epoca infatti non c'era una sola fabbrica in grado di trattare il cotone in tutto l'Uzbekistan, qua lo si coltivava e basta.
Il problema è che il cotone necessita di immense quantità d'acqua e indovinate un po' da dove la prendevano? Bravi, indovinato, dal Lago d'Aral o meglio dai suoi affluenti! Decenni di prelievi per irrigare i campi hanno abbassato il livello dell'acqua in maniera così evidente, che ormai l'Aral sembra una pozzanghera a confronto di quel che era un tempo.
Tutte le comunità di pescatori che si affacciavano sulle sue coste sono scomparse, sia per l'estinzione di ogni tipo di pesce dovuto all'aumento vertiginoso della salinità dell'acqua (oggi paragonabile a quella del Mar Morto), sia per il sopraggiungere di malattie respiratorie dovute alla sabbia salata sospinta dal vento, contaminata da pesticidi e diserbanti usati in quantità industriale nella zona.
Senza questo grosso specchio d'acqua a mitigare il clima, al giorno d'oggi le estati sono torride e gli inverni gelidi; le precipitazioni sono calate drasticamente, la fauna – non solo ittica – è praticamente estinta.
Le comunità più colpite furono Aralsk – sulla sponda kazaka – e  Moynaq su quella uzbeka, dove ho deciso di fare un salto per dare un'occhiata alla situazione.

Moynaq, Uzbekistan (Km 20885). Si arriva sul posto nel tardo pomeriggio in formazione da barzelletta (un italiano, un inglese, un tedesco, una polacca ed una svizzera) dopo parecchie ore di shared taxi che da Urgench è corso verso ovest attraversando gran parte della remota Regione Autonoma del Karakalpakstan, nell'Uzbekistan occidentale, terra dei Karakapi, una minoranza etnica apparentemente di origine kazaka.
Quando Moynaq era una città di pescatori
(foto da internet)
Dopo aver passato la “capitale” Nukus (città squallida, ma sede del famoso museo d'arte Savitsky) arriviamo a Kungrad (città squallida e basta) dove er tassinaro decide che non è il caso di andare oltre e ci affida alle amorevoli cure di un guidatore di Marshrutkas* che per una manciata di spiccioli percorre i rimanenti 140km di un paesaggio monotono e desolato.
Moynaq è come me l'aspettavo: triste. Di città tristi ne ho viste parecchie, ma nella mia top ten questa pare battere perfino Pripyat (Vedi foto) - città dell'Ucraina evaquata in una manciata di ore all'indomani dell'esplosione di Chernobyl – che almeno ha la scusa di essere una città abbandonata, mentre Moynaq è ancora abitata principalmente da vecchi che curano bambini, mentre i genitori sono in qualche città dei dintorni dove c'è ancora la possibilità di trovare un lavoro.
Lo scenario è post-apocalittico, con larghe strade polverose in cui l'unico rumore è il vento che tira su ancora più polvere, le case sono in rovina, così come l'unico hotel ancora funzionante della città, un decrepito edificio che pare aver visto giorni migliori e che sembra più uno squat che un posto dove pagare per passare la notte; in cui l'intera ala est è stata ribattezzata la bat-caverna, in quanto oltre una marcescente porta di legno hanno fatto il nido una colonia di pipistrelli ben poco amichevoli (lo scherzone da fare a tutti è: “vuoi vedere la bat-caverna?” per poi godersi lo spettacolo dell'ignaro amico fuggire a gambe levate urlando mentre le suddette bestiacce lo inseguono con istinti omicidi).

Diciamo che camminando per Moynaq mi sarei aspettato di incrociare da un momento all'altro un gruppo di punk con Ken Shiro che li fa esplodere entro 3 secondi colpendone un punto di pressione, in effetti questa sarebbe la location ideale per “Ken il Guerriero – The Movie” (tra l'altro che figata sarebbe, lo devono troppo fare!). Ma non divaghiamo...
Il Lago d'Aral oggi: notare la vecchia
linea costiera e le barche sul vecchio fondale
Il pezzo forte della zona sono però le barche arenate su quello che una volta era il fondo del Lago d'Aral, ma che ora è un arido deserto sabbioso che si estende a perdita d'occhio fin'oltre l'orizzonte.
Le barche, completamente in rovina ed arrugginite, sono l'unico indizio della presenza d'acqua in un passato nemmeno troppo lontano - oltre all'evidente linea costiera che corre a qualche decina di metri dal nostro fatiscente hotel - e pare siano state trasportate più vicino alla riva per renderle più facilmente accessibili agli sporadici turisti (cosa abbastanza squallida, ma c'è da pensare che quei quattro rottami sono l'unica fonte di guadagno per la gente rimasta sul posto) e per la gioia dei mocciosi che vivranno pure in un posto orrendo, ma perlomeno hanno un parco giochi invidiabile (almeno finchè le barche reggono alla ruggine e non fanno male a qualcuno!).

Chiedendo in giro pare sia anche possibile organizzare una gita verso quel che rimane del lago, ma i costi nettamente fuori budget (100 cocomeri a cranio per una macchinata da 4) fanno desistere anche i più convinti di noi, così si decide di ripartire l'indomani prendendo il sovraffollatissimo local bus che ci riporta a Nukus in poco meno di 4 ore da incubo, con gente ammassata, bambini vomitanti e scomodità a go-go. Ovviamente mettere un pullman in più al giorno non pare una soluzione percorribile, probabilmente secondo la stessa logica che governa i ristoranti uzbeki e che rende introvabile il Plov - il piatto nazionale (riso con carne e carote) - che quando finisce basta, non ce n'è più e tu gli dici: “Ma se sai che finisci il plov in 30 secondi perchè non ne fai di più?”. Non si sa, e intanto io mi ritrovo a mangiare carne di pecora e patate da 2 settimane mentre ucciderei per un piatto di riso.
Forse a Tashkent, ora che ci ritorno per raccattare il mio visto turkmeno, avrò maggiore successo.

* Marshrutka: minivan per il trasporto pubblico

sabato 7 luglio 2012

Ah, l'Uzbekistan nord-occidentale...

Bukhara, Uzbekistan (Km 20041). Non ci sarà la fanfara ad accogliermi alla stazione di Bukhara al termine del breve viaggio da Samarcanda, ma al suo posto posso contare sulla presenza di 50°C che trasformano l'ex capitale dell'omonimo Khanato in una fornace a cielo aperto.
Come a Samarcanda, il pezzo forte del luogo sono le innumerevoli moschee, medressa (scuole coraniche) ed altri edifici storici come l'Ark - il palazzo del Khan - che tra l'altro non si può manco visitare perchè è chiuso per restauri, a meno di non corrompere una guardia ingolosendola con 10.000 som ovviamente.
Bukhara, Uzbekistan
3 del pomeriggio del 2/7/2012
A differenza però di Samarcanda, Bukhara appare più autentica: nella prima città sembrava di stare in un museo - tutto pulito, tutto restaurato, tutto in ordine – qua invece le strade sterrate, la polvere e le capre che vanno a zonzo per la città, fanno sembrare il tutto meno pre-confezionato. Certo manca ancora qualcosa, chessò, un muezzin che ti rompe le palle alle 5 del mattino, ma che avrebbe dato il tocco finale, invece sfortunatamente per l'atmosfera - ma fortunatamente per il mio sonno - i muezzin paiono banditi per legge dall'Uzbekistan (per evitare estremismi, mi dicono. Bah!) per cui niente Allah akhbar per noi.

Anche a sto giro l'ho fatta fuori dal vaso
Ritornando a temi più pratici, il soggiorno Bukharese (bukhariano? Whatever...) è stato sfruttato anche per ricalcolare e ridurre drasticamente il budget di viaggio, clamorosamente sfondato per il secondo mese di fila grazie – si fa per dire – ai costi proibitivi sostenuti in Kazakistan.
Certo, potevo anche risparmiare i 50 dollari spesi in memorabilia sovietica (una bandiera, una fibbia, qualche rublo ed uno stendardo double-face col faccione di Lenin sul fronte e i gli stemmi delle 15 repubbliche sul retro), ma il mio feticismo per i regimi comunisti (pur NON essendo io stesso comunista, tengo a precisare) pare conoscere limiti solo di fronte all'estratto conto della banca che a momenti mi faceva pigliare un colpo.
Per cui: budget ridotto a 20USD (non euro!) al giorno, divieto più assoluto di aquisto di qualsivoglia articolo sovietico, drastica riduzione delle provvidenziali birrette rinfrescanti e, su caldo suggerimento dell'australiana randagia quarantenne, inizio della pratica del couchsurfing, che per chi non lo sapesse, è l'antica arte di scroccare senza pietà accomodation a privati cittadini i quali offrono il proprio divano/letto/terrazzo/vasca da bagno a titolo assolutamente gratuito.
La pratica mi ha sempre fatto prendere abbastanza male (odio l'idea di andare in casa di gente sconosciuta, soprattutto se non sono invitato), ho infatti sempre preferito il caro vecchio ostello, ma pare che l'Iran pulluli di giovini ansiosi di conoscere/ospitare occidentali, senza contare poi che davanti a ristrettezze economiche c'è poco da fare i menosi.

Khiva, Uzbekistan (Km 20508). La tappa successiva è Khiva, città piena di fascino e storia nell'Uzbekistan nord-occidentale, ad un tiro di sputo dal confine col Turkmenistan. Il piano di raggiungere Khiva in treno via Urgench viene stroncato fin dall'inizio dalla bigliettaia alla stazione: in questo periodo non ci sono abbastanza passeggeri che vanno da quella parte, per cui niente treni!
Guida nel Kyzylkum Desert
Le alternative rimangono due: shared taxi, oppure prendere al volo uno dei bus di linea che passano  da Bukhara - non si sa bene quando -  sulla rotta Tashkent-Urgench e quando dico prendere al volo intendo proprio mettersi a bordo della strada sotto un sole assassino e fermare i pullman con un cenno di mano e sperare che questi abbiano un posto che gli avanza.
Alla vigilia della partenza l'intero ostello dove alloggio viene sfrattato con un preavviso di 10 minuti, in quanto la capa della baracca deve tornare al villaggio suo per un affare urgente e non può lasciarci li. Oltretutto era due giorni che litigava col marito (urla, cellulari che volano, insulti...) per cui questo se ne è andato chissà dove e non può nemmeno sostituirla. Ah, gli ostelli a gestione familiare...
Questo fa si che anche chi voleva rimanere un giorno in più a Bukhara, decida di partire, ci troviamo quindi in 10 alla stazione dei taxi-bus, dove io sono fermamente deciso a percorrere la strada del bus-preso-al-volo, venendo però freddato dall'amara realtà: i bus passano tra le 3 e le 6 del mattino, per cui o condivido un taxi con gli altri, o ritorno in città per poi riprovarci il giorno dopo. Ovviamente opto per il taxi – alla faccia del budget ridotto – che vuole 20 dollari a cranio per percorrere i 470Km che portano a Khiva, che se vogliamo non è un cazzo, ma in un ottica di risparmio sfrenato è un prezzo folle.

(Piccola curiosità da chissenefrega: il nostro taxi, così come praticamente ogni auto in Uzbekistan, è una Daewoo/Chevrolet Nexia. Questo perchè esse vengono prodotte in uno stabilimento vicino Tashkent e vengono vendute senza la tassa d'importazione che vige su ogni altra auto e che ammonta al 100% del valore di mercato. Popolarissima è anche la Matiz, mentre circolano in misura minore altre auto, ma sempre e comunque Daewoo made in Uzbekistan. Le uniche auto prodotte all'estero paiono essere le vecchie Lada russe che girano dai tempi dell'URSS).

Il tragitto attraverso il terribile Kyzylkum Desert è, per un'amante dei deserti come me, molto piacevole. Questo è un deserto vero: arido, bollente, inospitale, polveroso; con la sabbia che fagocita larghi tratti di un manto stradale che non vede manutenzione umana da almeno 3 decenni. La strada peggiora sempre più man mano che la si percorre, con innumerevoli automobili, camion e bus fermi ai lati della strada per guasti o forature, con il nostro tassinaro che rischia incidenti frontali ad ogni chilometro perchè, per evitare le buche, è costretto ad invadere quella che in teoria è l'altra corsia, mentre in realtà non esiste un'altra corsia: ce n'è solo una ed è di tutti.
Arrivo a Khiva con 3 dita di polvere addosso ed un caldo pazzesco che ancora una volta impedisce categoricamente di mettere il naso fuori dalla porta da mezzogiorno alle 5 del pomeriggio, tanto che perfino il ricordo delle estati milanesi mi rinfresca. Mi sa che è proprio ora di bersi una birretta gelida!