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venerdì 27 luglio 2012

Sono Pazzi Questi Turkmeni - Terza parte (Fuga nel deserto)

Derweze, Turkmenistan (Km 23825). In serata decido che ne ho abbastanza di Ashgabat e di sta manica di imparanoiati e opto per una rapida migrazione verso nord attaverso il deserto del Karakum (quello dell'incidente ad Ambrogio Fogar) per vedere il Cratere di Derweze, una enorme buca da cui fuoriesce gas naturale che va a fuoco ininterrottamente da 50 anni.
La storia in breve è questa: i sovietici erano alla ricerca di un giacimento di gas qui nel deserto turkmeno, quando ad un certo punto durante gli scavi e le trivellazioni andٍ tutto a fuoco (ci sono varie versioni sulle cause). Gli esperti pensarono che tutto si sarebbe risolto in qualche giorno, mentre è inutile dire che si sbagliavano di grosso.
E' un po' di tempo che il governo turkmeno sta pensando di chiudere il cratere spegnendo definitivamente le fiamme, senza contare che prima o poi la riserva di gas si esaurirà spontaneamente, per cui non c'è tempo da perdere, vedere il Cratere di Derweze è un “ora o mai più”, quindi dopo una trattativa lunga e serrata, io e l'australiana logorroica conosciuta in Uzbekistan e ribeccata qui, riusciamo a strappare un prezzo vagamente decente da un tassinaro che per 30 dollari a cranio offre un return trip lungo i 300km che separano Ashgabat da Derweze (curiosità: il villaggio di Derweze fu demolito qualche anno fa per ordine di Niyazov che lo riteneva “brutto”).
Il cratere dall'alto (da internet)
Ad Ashgabat non esiste un alloggio per meno di 50 dollari a notte, per cui il viaggio overnight nel deserto ci fa risparmiare anche un bel po' di dindini, quindi si parte, raggiungendo la destinazione intorno a mezzanotte e qui le opzioni sono due: farsi a piedi gli 8km che separano la strada dal cratere, in mezzo al deserto, di notte, con gli scorpioni, seguendo il bagliore delle fiamme in lontananza per l'andata e cercando di ritornare sempre a piedi in qualche modo il mattino dopo rischiando di perdersi e morire come dei cani sotto il sole assassino OPPURE dare 10 dollari  a dei tizi che vivono in una delle baracche lungo la strada per farsi dare un passaggio in moto.
Non vi dico neanche quale delle due alternative è stata quella vincente, vi dico solo che qualche decina di minuti dopo ero di fronte ad una enorme buca da cui fuoriescono lingue di fuoco e a cui nessuna fotografia puٍ rendere giustizia.
La mattina successiva all'alba, al ritorno nella capitale, sono pronto per andare dritto verso il confine iraniano.

giovedì 26 luglio 2012

Sono Pazzi Questi Turkmeni - Seconda parte (Welcome to Paranoid City)

Ashgabat, Turkmenistan (Km 23555). Dopo una notte di riposo passata nell'unico, squallido ma economico dormitorio di Mary, si prosegue verso Ashgabat, la capitale nazionale, un posto in cui intendo verificare certe leggende che ho sentito ho letto in giro.
Iniziamo subito col dire che Ashgabat non è una città come le altre, ma è la sede di uno dei regimi più totalitari del mondo moderno che lega il suo nome al dittatore Saparmurat Niyazov il quale, da segretario del Partito Comunista Turkmeno, si è ritrovato nel 1991 inaspettatamente a capo di una nazione indipendente e li ha perso la testa: ha cominciato autoproclamandosi  "Turkmenbashi", ovvero “Padre dei Turkmeni” (Turkmenbashi è oggi anche il nome del principale porto turkmeno sul Mar Caspio), rinominando i giorni della settimana con quelli dei suoi parenti, incoraggiando l'uso della lingua turkmena ed inventandosi un nuovo alfabeto protetto da copyright (???), l'Elipbi, che in verità è uguale all'alfabeto latino, ma usa un sacco di W e Y al posto della V e della I.
Il buon Niyazov ai tempi d'oro
Come se non bastasse, il nostro eroe si è inventato pure una specie di poema epico, il Ruhnama, che racconta la sua personale versione della storia turkmena e che è celebrato in ogni angolo della capitale. Ma è proprio la capitale il suo capolavoro di megalomania: iniziamo ammettendo una cosa: Ashgabat è bellissima. Davvero, Niyazov sarà stato pure un pazzo, ma ha trasformato la solita cittadona in cemento sovietica in un gioiello pieno di fontane maestose (quanta acqua sprecata in mezzo al deserto!), palazzi in marmo bianco con cupole d'oro, strade larghe e pulite, piazze adornate da colossali monumenti che nel 99% dei casi sono dedicati a lui stesso, all'amata madre o al libro del Ruhnama sopracitato. Ah dimenticavo: Niyazov è morto qualche anno fa, ma il suo successore, un certo Gurbanguly Berdimuhammedow, non è affatto intenzionato a cambiare registro!
L'unica cosa che stona? Che non c'è in giro anima viva!
Ok, capisco che i magnifici palazzi delle varie facoltà universitarie siano deserte di sabato, ma in giro per le strade e per le piazze non c'è letteralmente nessuno che non siano poliziotti, militari oppure un piccolo esercito di uomini e donne delle pulizie impegnati a lucidare i cancelli dei palazzi governativi oppure a pulire le conseguenze di una misteriosa alluvione di fango che pare abbia allagato gran parte delle città in un passato molto recente ma su cui nessuno pare in grado di darmi maggiori informazioni.
E poi c'è il discorso della paranoia tipica di tutti i paesi con un regime totalitario: mi sarebbe piaciuto infatti documentare la gita ad Ashgabat con una degna rassegna fotografica, purtroppo per fare foto a qualsiasi cosa  nel centro cittadino è assolutamente proibito, anche se ingenuamente pensavo che bastasse far finta di niente, scattare con la fotocamera al collo ed usare un grandangolo per riuscire a portare a casa un ricordino. E invece un par di palle!

Ashgabat di notte
Il fatto che le strade siano deserte non ti fa passare certo inosservato ed avere una fotocamera al collo non ti fa andare lontano senza essere fermato dalla polizia ed è cosi che, mentre attraverso una piazza piena di donnine intente a lucidare una fontana che ho prontamente fotografato con la necessaria nonchalance, vengo richiamato in lontananza da un soldato.
All'inizio pensavo che questo volesse farmi cambiare solo marciapiede (MAI camminare su un marciapiede che corre lungo un palazzo del governo, scherzi?) invece ce l'aveva proprio con me! Dalla radio qualcuno appostato dentro il palazzo che si affaccia sulla piazza deve aver segnalato la mia presenza, vengo quindi consegnato ad un altro militare sbucato dal nulla che a sua volta mi consegna a due sbirri decisamente annoiati che finalmente sanno come passare la successiva mezz'ora.

- Documenti? Atkuda? Aaaah, Italia. ANDREA PIRLO!
- Eh si che ci vuoi fare zio, anche noi abbiamo i nostri problemi.
- Camera camera.
- Si bella vero, l'ho comprata in Australia


Ovviamente cerco di recitare il più possibile la parte dell'ingenuo turistello teletrasportato qui per caso, mentre in realtà so benissimo dove vogliono andare a parare, vogliono controllare che non abbia fatto foto alla città. Inutile dire che ne avevo già fatte una cinquantina!
Lo sbirro grasso me le cancella una ad una scuotendo la testa, mentre il suo socio mi mima con le dita le sbarre di una prigione, mentre io fingo di non capire e lui comincia con le domande:

- You spion? (con tono a metà tra una domanda ed un'affermazione)
- Ma quale spion deficiente, ma chi se l'incula i palazzi presidenziali del Turkmenistan. Oltretutto hanno inventato una cosa che si chiama “satellite”, persino mia nonna se va su Google Earth la vede tutta la tua città del cazzo!


Ovviamente la risposta ed il tono li tengo fra me e me, in realtà mi limito a negare e a spiegare che sono un povero turista affascinato dalla “Krasivih Gorat” (bella città) che voleva solo un paio di foto ricordo e non sapeva che fosse vietato. Che poi se vogliamo è la pura verità, se escludiamo l'ultima parte.

E allora questo incalza: You Journalist!
Ma nooo zio, io “mashina Nova Zelandia”, se anziché limitarti a stropicciarmi il passaporto con le tue manacce luride, ti fermassi a leggerlo, vedresti che ho un visto di lavoro neozelandese ed una serie di altri adesivi colorati che documentano il mio percorso!

Dopo mezz'ora di domande inutili, quando finalmente riesco a convincerli che sono innoquo, mi lasciano andare, anche se ho come l'impressione che qualcuno continui a seguirmi per almeno l'ora successiva. La paranoia di Ashgabat ha contagiato anche me!

mercoledì 25 luglio 2012

Sono Pazzi Questi Turkmeni - Prima parte (L'arrivo)

Il pre-partenza da thrilling - con visto ottenuto 4 ore prima della partenza del treno verso Bukhara, dove poi avrei proseguito verso il confine turkmeno - spezza la monotonia dell'ennesimo giorno sprecato a Tashkent in attesa di levare le tende verso nuovi orizzonti.
Ormai mi ero già rassegnato a vedermi rimbalzato dalla non certo incoraggiante ambasciata turkmena, cosa che mi avrebbe forzato a prendere un aereo per l'Iran rovinando irrimediabilmente la mia traversata overland verso la nebbia padana; invece contro ogni previsione, all'ultimo secondo utile, da Ashgabat danno l'ok: ci hanno pensato su per 24 giorni, ma alla fine han sentenziato che sono degno di avere un visto di ben 5 giorni per attraversare il Turkmenistan! Grazie, quale onore... 35 dollari, arrivederci e grazie.

La buona novella, arrivata contemporaneamente anche per un'altro manipolo di disperati ormai rassegnati anch'essi a cambiare i propri piani, causa scene di entusiasmo collettivo, bocce di champagne che partono, esultanze da gol nel derby... ma non c'è tempo, almeno per me, di perdere ulteriore tempo in fregnacce, come detto c'è un treno che avevo prenotato giorni prima scegliendo una data a caso che mi aspetta sul binario 5 della stazione di Tashkent, pronto ad appropinquarmi all'agognato posto di confine.

Una volta sceso a Bukhara ed aver rimediato un passaggio a Karakul, tocca prendere un taxi per percorrere il breve tragitto verso la frontiera di Farab, dove il cocchiere fa incominciare la solita tarantella:

- Atkuda? (da dove vieni)
- Italia
- Ah, Italia! MAFIA!
- See, tua sorella, dai portami al confine che c'ho premura (non dicevo la parola “premura” dal 1991)

Dopo qualche decina di minuti si arriva al confine, ma nonostante siano già le 10 del mattino i due John Rambo messi a guardia dell'ambaradan han deciso di lasciare tutti fuori, alchè gli chiedo in russo maccheronico qualcosa tipo: "sentimaaaaa, quand'è che apre la baracca?"
La risposta è in realtà la solita domanda:

- Atkuda?
- Italia
- Ah, Italia! MARIO BALOTELLI!
- Ma tuo cugino di terzo grado è Mario Balotelli, dai adesso apri sto cancello o la dobbiamo fare difficile?

Sempre detto che ogni tanto basta chiedere: la presenza di un esotico mangiapizza evidentemente mette il Sergente Hartman di buon umore e cosi il cancello magicamente si apre (se stavo ad aspettare che gli uzbeki in fila chiedessero di aprire saremmo tutti ancora la!) quindi - dopo essermi sparato sti 2km a piedi nella torrida No-men's land – arrivo nel lato turkmeno della frontiera, dove sembra che non abbiano mai visto un passaporto straniero in vita loro ed allora ovviamente indagano:

- Atkuda?
- Italia
- Ah, Italia! MAMMA MIA!
- Si, la mamma tua mi deve ancora il resto, adesso posso andare o qualcun altro dei tuoi colleghi vuole dare un'occhiata ai documenti?

E allora finalmente sono in Turkmenistan. Ehi ma aspetta un momento, in realtà mi ritrovo letteralmente in mezzo al deserto più caldo ed assassino che si possa immaginare. L'unico tassinaro arrivato fin qua a caccia di clienti sa che se non tira su me stasera non mangia e io so che se non vado con lui rimango li in mezzo alla sabbia ed agli scorpioni come un pirla fino a domani mattina.

- Atkuda?
- Italia
- Ah, Italia! ADRIANO CELENTANO!
- Si zio, come dici tu, perٍo vero che mi porti a Mary, 350km più a sud, per 5 dollari?

Ci accordiamo per 10 e, riempita la macchina con altri locals, si parte col preciso intento di vedere quanto più Turkmenistan possibile nel poco tempo concessomi dalle autorità.

giovedì 19 luglio 2012

Prossima tappa: Turkmenistan

Capitale: Ashgabat
Storia in breve: Similmente ad altri paesi della zona, il Turkmenistan ha seguito la solita trafila: da nomadi, a conquistati da macedoni, arabi e mongoli, fino ai piu' recenti cambi di potere fra i vari Khan ed i russi zaristi prima e bolscevichi poi. Il Turkmenistan e' indipendente dal 1991, data della caduta dell'URSS.
Cose da vedere: Considerando che al momento della scrittura di questo post sono ancora prigioniero a Tashkent, ostaggio dell'ambasciata turkmena che non si e' ancora degnata di mettermi il visto sul passaporto (e siamo al 24esimo giorno di attesa!!!!) onestamente non so cosa riusciro' a vedere. Anche perche tutto sto casino e' solo per un visto di transito da 3 o 5 giorni (a loro discrezione) per cui sebbene in lista ci siano le rovine dell'antica citta' di Merv, la capitale Ashgabat ed i crateri di Derweze, temo che una o piu' di queste destinazioni sara' facilmente saltata.
Aspettative: Un enorme deserto in cui bisogna fare i salti mortali per entrare. Non ci ho ancora messo piede, ma gia' non vedo l'ora di lasciarmelo alle spalle.
Pazzesco se ci pensi: Ogni cittadino turkmeno ha diritto a 650 litri di benzina gratis all'anno, piu' gas ed elettricita' gratis fino al 2030. Si, peccato che debba sottostare ad una delle dittature piu repressive ed oppressive della terra, seconda al mondo dietro alla Corea del Nord.

domenica 15 luglio 2012

Mi dovete mollare!!!

Tashkent, Uzbekistan (Km 22258). Ci risiamo. Ancora una volta mi ritrovo impantanato in un posto dove non ho più niente da fare o vedere a causa di lungaggini e problemi burocratici completamente inutili riguardanti i vari visti ed è già la terza volta che succede in questo viaggio: escludendo i tempi strettamente tecnici ho dovuto sprecare 5 giorni a Shanghai, almeno 10 giorni in Kazakistan, da cui non potevo uscire prima del 25 giugno e adesso per colpa dei turkmeni rischio di rimanere qua a Tashkent un'altra settimana ad aspettare il loro visto di trasito di merda che ci mette 20 giorni – non uno di meno – per essere emesso ed il ventesimo giorno scade lunedi, poi però non posso passare la frontiera prima di venerdì prossimo, a meno di non riuscire a convincere quel simpaticone dell'omino dei visti ad anticipare le date di un paio di giorni.
Insomma problemi... avevo addirittura anticipato il mio rientro nella capitale illudendomi che quel maledetto adesivo fosse pronto con qualche giorno d'anticipo, ma niente, il ciccione buontempone dell'ufficio consolare dice che bisogna aspettare. Ma aspettare cosa diosanto? Probabilmente hanno le mie scartoffie nel secondo cassetto della scrivania, ma non c'è verso di fargliele tirar fuori prima di lunedì perchè...? Boh, perchè si, così è deciso, l'udienza è tolta.

Mazar-i Sharif, Afghanistan
Che poi il Turkmenistan è li in mezzo e non c'è modo di saltarlo se si vuole tornare in Europa via terra dall'Asia Centrale, a meno di non bypassarlo attraverso l'Afghanistan, cosa che ho seriamente preso in considerazione, dato che ottenere un loro visto è nettamente più semplice e mi avrebbe permesso di vedere Mazar-i Sharif, un posto della madonna appena oltre il confine Uzbeko, ma poi sarei dovuto andare fino ad Herat, a due giorni di strada attraverso le montagne, strada che però pare imbottita di posti di blocco talebani e tutti noi sappiamo quanto costoro non abbiano in simpatia gli occidentali in generale ed i mangiapizza in particolare, ci manca solo che mi tocca fare un video-appello a Napolitano chiedendo di essere liberato in cambio del ritiro delle truppe spaghettivore da Kabul, cosa che farei anche volentieri, ma di certo non sotto la minaccia di un AK-47 talebano, ergo cicciaculo, mi tocca aspettare i turkmeni.

Tutto questo è tedioso non solo per l'attesa in se, quanto per il fatto che ora mi toccherà farmi di fretta Iran e Turchia, o perlomeno scegliere di farne solo una delle due per bene e dare solo un'occhiata all'altra. Ovviamente ho scelto di fare l'Iran per bene e rimandare a malincuore un'esplorazione approfondita della Turchia a data da destinarsi, senza contare che per il post-Istanbul rinuncerò giocoforza ad un rientro attraverso i balcani, per optare per un più breve percorso attraverso il nord della Grecia oppure Bulgaria/Macedonia, con traghetto per Ancona preso da Patrasso o più probabilmente da Durazzo, in Albania.

Bene, questo è quanto, ci risentiamo quindi dal Turkmenistan dove vi darò un'idea di che razza di gabbia di matti è quel posto e sul perchè non c'è da aspettarsi niente di buono dalla loro classe dirigente, inclusi – come ho avuto modo di constatare personalmente - i loro rappresentati all'estero, ovvero le ambasciate.
Linea verde: strada che mi tocca fare attraverso il Turkmenistan
Linea rossa: strada che non s'ha da fare in Afghanistan

mercoledì 11 luglio 2012

La Pozzanghera d'Aral

Mi son sempre bullato con gli amici di essere uno scimmiato di geografia sin dai tempi delle elementari e ricordo perfettamente quando la maestra ci raccontò del Lago d'Aral, uno dei più grandi al mondo, tanto che era spesso chiamato anch'esso “mare”, il Mare d'Aral.
Il Lago d'Aral negli anni '60 e nel 2010
Solo in tempi recenti però mi è giunta all'orecchio la storia della catastrofe dell'Aral, un disastro ambientale che ha ridotto drasticamente la superficie del lago fino ad una piccola frazione di quello che era negli anni '60. La causa principale di tutto sto casino sono i sovietici, che imposero la monocoltura del cotone alla Repubblica Uzbeka, la quale doveva solo preoccuparsi di produrre migliaia di tonnellate di fiocchi bianchi che poi venivano impacchettati e spediti tali e quali in qualche parte dell'impero, dove qualcun altro doveva solo preoccuparsi di filare il tessuto per produrre magliette o mutande. All'epoca infatti non c'era una sola fabbrica in grado di trattare il cotone in tutto l'Uzbekistan, qua lo si coltivava e basta.
Il problema è che il cotone necessita di immense quantità d'acqua e indovinate un po' da dove la prendevano? Bravi, indovinato, dal Lago d'Aral o meglio dai suoi affluenti! Decenni di prelievi per irrigare i campi hanno abbassato il livello dell'acqua in maniera così evidente, che ormai l'Aral sembra una pozzanghera a confronto di quel che era un tempo.
Tutte le comunità di pescatori che si affacciavano sulle sue coste sono scomparse, sia per l'estinzione di ogni tipo di pesce dovuto all'aumento vertiginoso della salinità dell'acqua (oggi paragonabile a quella del Mar Morto), sia per il sopraggiungere di malattie respiratorie dovute alla sabbia salata sospinta dal vento, contaminata da pesticidi e diserbanti usati in quantità industriale nella zona.
Senza questo grosso specchio d'acqua a mitigare il clima, al giorno d'oggi le estati sono torride e gli inverni gelidi; le precipitazioni sono calate drasticamente, la fauna – non solo ittica – è praticamente estinta.
Le comunità più colpite furono Aralsk – sulla sponda kazaka – e  Moynaq su quella uzbeka, dove ho deciso di fare un salto per dare un'occhiata alla situazione.

Moynaq, Uzbekistan (Km 20885). Si arriva sul posto nel tardo pomeriggio in formazione da barzelletta (un italiano, un inglese, un tedesco, una polacca ed una svizzera) dopo parecchie ore di shared taxi che da Urgench è corso verso ovest attraversando gran parte della remota Regione Autonoma del Karakalpakstan, nell'Uzbekistan occidentale, terra dei Karakapi, una minoranza etnica apparentemente di origine kazaka.
Quando Moynaq era una città di pescatori
(foto da internet)
Dopo aver passato la “capitale” Nukus (città squallida, ma sede del famoso museo d'arte Savitsky) arriviamo a Kungrad (città squallida e basta) dove er tassinaro decide che non è il caso di andare oltre e ci affida alle amorevoli cure di un guidatore di Marshrutkas* che per una manciata di spiccioli percorre i rimanenti 140km di un paesaggio monotono e desolato.
Moynaq è come me l'aspettavo: triste. Di città tristi ne ho viste parecchie, ma nella mia top ten questa pare battere perfino Pripyat (Vedi foto) - città dell'Ucraina evaquata in una manciata di ore all'indomani dell'esplosione di Chernobyl – che almeno ha la scusa di essere una città abbandonata, mentre Moynaq è ancora abitata principalmente da vecchi che curano bambini, mentre i genitori sono in qualche città dei dintorni dove c'è ancora la possibilità di trovare un lavoro.
Lo scenario è post-apocalittico, con larghe strade polverose in cui l'unico rumore è il vento che tira su ancora più polvere, le case sono in rovina, così come l'unico hotel ancora funzionante della città, un decrepito edificio che pare aver visto giorni migliori e che sembra più uno squat che un posto dove pagare per passare la notte; in cui l'intera ala est è stata ribattezzata la bat-caverna, in quanto oltre una marcescente porta di legno hanno fatto il nido una colonia di pipistrelli ben poco amichevoli (lo scherzone da fare a tutti è: “vuoi vedere la bat-caverna?” per poi godersi lo spettacolo dell'ignaro amico fuggire a gambe levate urlando mentre le suddette bestiacce lo inseguono con istinti omicidi).

Diciamo che camminando per Moynaq mi sarei aspettato di incrociare da un momento all'altro un gruppo di punk con Ken Shiro che li fa esplodere entro 3 secondi colpendone un punto di pressione, in effetti questa sarebbe la location ideale per “Ken il Guerriero – The Movie” (tra l'altro che figata sarebbe, lo devono troppo fare!). Ma non divaghiamo...
Il Lago d'Aral oggi: notare la vecchia
linea costiera e le barche sul vecchio fondale
Il pezzo forte della zona sono però le barche arenate su quello che una volta era il fondo del Lago d'Aral, ma che ora è un arido deserto sabbioso che si estende a perdita d'occhio fin'oltre l'orizzonte.
Le barche, completamente in rovina ed arrugginite, sono l'unico indizio della presenza d'acqua in un passato nemmeno troppo lontano - oltre all'evidente linea costiera che corre a qualche decina di metri dal nostro fatiscente hotel - e pare siano state trasportate più vicino alla riva per renderle più facilmente accessibili agli sporadici turisti (cosa abbastanza squallida, ma c'è da pensare che quei quattro rottami sono l'unica fonte di guadagno per la gente rimasta sul posto) e per la gioia dei mocciosi che vivranno pure in un posto orrendo, ma perlomeno hanno un parco giochi invidiabile (almeno finchè le barche reggono alla ruggine e non fanno male a qualcuno!).

Chiedendo in giro pare sia anche possibile organizzare una gita verso quel che rimane del lago, ma i costi nettamente fuori budget (100 cocomeri a cranio per una macchinata da 4) fanno desistere anche i più convinti di noi, così si decide di ripartire l'indomani prendendo il sovraffollatissimo local bus che ci riporta a Nukus in poco meno di 4 ore da incubo, con gente ammassata, bambini vomitanti e scomodità a go-go. Ovviamente mettere un pullman in più al giorno non pare una soluzione percorribile, probabilmente secondo la stessa logica che governa i ristoranti uzbeki e che rende introvabile il Plov - il piatto nazionale (riso con carne e carote) - che quando finisce basta, non ce n'è più e tu gli dici: “Ma se sai che finisci il plov in 30 secondi perchè non ne fai di più?”. Non si sa, e intanto io mi ritrovo a mangiare carne di pecora e patate da 2 settimane mentre ucciderei per un piatto di riso.
Forse a Tashkent, ora che ci ritorno per raccattare il mio visto turkmeno, avrò maggiore successo.

* Marshrutka: minivan per il trasporto pubblico

sabato 7 luglio 2012

Ah, l'Uzbekistan nord-occidentale...

Bukhara, Uzbekistan (Km 20041). Non ci sarà la fanfara ad accogliermi alla stazione di Bukhara al termine del breve viaggio da Samarcanda, ma al suo posto posso contare sulla presenza di 50°C che trasformano l'ex capitale dell'omonimo Khanato in una fornace a cielo aperto.
Come a Samarcanda, il pezzo forte del luogo sono le innumerevoli moschee, medressa (scuole coraniche) ed altri edifici storici come l'Ark - il palazzo del Khan - che tra l'altro non si può manco visitare perchè è chiuso per restauri, a meno di non corrompere una guardia ingolosendola con 10.000 som ovviamente.
Bukhara, Uzbekistan
3 del pomeriggio del 2/7/2012
A differenza però di Samarcanda, Bukhara appare più autentica: nella prima città sembrava di stare in un museo - tutto pulito, tutto restaurato, tutto in ordine – qua invece le strade sterrate, la polvere e le capre che vanno a zonzo per la città, fanno sembrare il tutto meno pre-confezionato. Certo manca ancora qualcosa, chessò, un muezzin che ti rompe le palle alle 5 del mattino, ma che avrebbe dato il tocco finale, invece sfortunatamente per l'atmosfera - ma fortunatamente per il mio sonno - i muezzin paiono banditi per legge dall'Uzbekistan (per evitare estremismi, mi dicono. Bah!) per cui niente Allah akhbar per noi.

Anche a sto giro l'ho fatta fuori dal vaso
Ritornando a temi più pratici, il soggiorno Bukharese (bukhariano? Whatever...) è stato sfruttato anche per ricalcolare e ridurre drasticamente il budget di viaggio, clamorosamente sfondato per il secondo mese di fila grazie – si fa per dire – ai costi proibitivi sostenuti in Kazakistan.
Certo, potevo anche risparmiare i 50 dollari spesi in memorabilia sovietica (una bandiera, una fibbia, qualche rublo ed uno stendardo double-face col faccione di Lenin sul fronte e i gli stemmi delle 15 repubbliche sul retro), ma il mio feticismo per i regimi comunisti (pur NON essendo io stesso comunista, tengo a precisare) pare conoscere limiti solo di fronte all'estratto conto della banca che a momenti mi faceva pigliare un colpo.
Per cui: budget ridotto a 20USD (non euro!) al giorno, divieto più assoluto di aquisto di qualsivoglia articolo sovietico, drastica riduzione delle provvidenziali birrette rinfrescanti e, su caldo suggerimento dell'australiana randagia quarantenne, inizio della pratica del couchsurfing, che per chi non lo sapesse, è l'antica arte di scroccare senza pietà accomodation a privati cittadini i quali offrono il proprio divano/letto/terrazzo/vasca da bagno a titolo assolutamente gratuito.
La pratica mi ha sempre fatto prendere abbastanza male (odio l'idea di andare in casa di gente sconosciuta, soprattutto se non sono invitato), ho infatti sempre preferito il caro vecchio ostello, ma pare che l'Iran pulluli di giovini ansiosi di conoscere/ospitare occidentali, senza contare poi che davanti a ristrettezze economiche c'è poco da fare i menosi.

Khiva, Uzbekistan (Km 20508). La tappa successiva è Khiva, città piena di fascino e storia nell'Uzbekistan nord-occidentale, ad un tiro di sputo dal confine col Turkmenistan. Il piano di raggiungere Khiva in treno via Urgench viene stroncato fin dall'inizio dalla bigliettaia alla stazione: in questo periodo non ci sono abbastanza passeggeri che vanno da quella parte, per cui niente treni!
Guida nel Kyzylkum Desert
Le alternative rimangono due: shared taxi, oppure prendere al volo uno dei bus di linea che passano  da Bukhara - non si sa bene quando -  sulla rotta Tashkent-Urgench e quando dico prendere al volo intendo proprio mettersi a bordo della strada sotto un sole assassino e fermare i pullman con un cenno di mano e sperare che questi abbiano un posto che gli avanza.
Alla vigilia della partenza l'intero ostello dove alloggio viene sfrattato con un preavviso di 10 minuti, in quanto la capa della baracca deve tornare al villaggio suo per un affare urgente e non può lasciarci li. Oltretutto era due giorni che litigava col marito (urla, cellulari che volano, insulti...) per cui questo se ne è andato chissà dove e non può nemmeno sostituirla. Ah, gli ostelli a gestione familiare...
Questo fa si che anche chi voleva rimanere un giorno in più a Bukhara, decida di partire, ci troviamo quindi in 10 alla stazione dei taxi-bus, dove io sono fermamente deciso a percorrere la strada del bus-preso-al-volo, venendo però freddato dall'amara realtà: i bus passano tra le 3 e le 6 del mattino, per cui o condivido un taxi con gli altri, o ritorno in città per poi riprovarci il giorno dopo. Ovviamente opto per il taxi – alla faccia del budget ridotto – che vuole 20 dollari a cranio per percorrere i 470Km che portano a Khiva, che se vogliamo non è un cazzo, ma in un ottica di risparmio sfrenato è un prezzo folle.

(Piccola curiosità da chissenefrega: il nostro taxi, così come praticamente ogni auto in Uzbekistan, è una Daewoo/Chevrolet Nexia. Questo perchè esse vengono prodotte in uno stabilimento vicino Tashkent e vengono vendute senza la tassa d'importazione che vige su ogni altra auto e che ammonta al 100% del valore di mercato. Popolarissima è anche la Matiz, mentre circolano in misura minore altre auto, ma sempre e comunque Daewoo made in Uzbekistan. Le uniche auto prodotte all'estero paiono essere le vecchie Lada russe che girano dai tempi dell'URSS).

Il tragitto attraverso il terribile Kyzylkum Desert è, per un'amante dei deserti come me, molto piacevole. Questo è un deserto vero: arido, bollente, inospitale, polveroso; con la sabbia che fagocita larghi tratti di un manto stradale che non vede manutenzione umana da almeno 3 decenni. La strada peggiora sempre più man mano che la si percorre, con innumerevoli automobili, camion e bus fermi ai lati della strada per guasti o forature, con il nostro tassinaro che rischia incidenti frontali ad ogni chilometro perchè, per evitare le buche, è costretto ad invadere quella che in teoria è l'altra corsia, mentre in realtà non esiste un'altra corsia: ce n'è solo una ed è di tutti.
Arrivo a Khiva con 3 dita di polvere addosso ed un caldo pazzesco che ancora una volta impedisce categoricamente di mettere il naso fuori dalla porta da mezzogiorno alle 5 del pomeriggio, tanto che perfino il ricordo delle estati milanesi mi rinfresca. Mi sa che è proprio ora di bersi una birretta gelida!