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mercoledì 18 giugno 2008

Save Water, drink beer


Ci sono voluti "solo" 5 giorni di viaggio, ma alla fine siamo riusciti a percorrere i 3000 Km. di deserto che separano Airlie Beach da Darwin e devo dire che il viaggio mi ha esaltato non poco, anche se c'è da ammettere che da quelle parti c'è ben poco che non sia polvere, road trains* e canguri morti. Ma ecco i dettagli.

Giorno 1: Da Airlie Beach a Townsville.
Il primo giorno ce la siamo presa abbastanza comoda con un viaggio di appena 310 Km. lungo l'ultimo tratto di east coast prima di svoltare a sinistra in direzione del torrido outback. Niente da segnalare se non il fatto che a momenti rimanevamo senza benzina a causa di una certa leggerezza del sottoscritto nel valutare le potenzialita del serbatoio di Shake n Bake. Un buon monito in vista del fatto che nell'outback c'è un benzinaio ogni 200 Km...

Giorno 2: Da Townsville a Julia Creek.
Andando a dormire alle 8 di sera non è così difficile dar retta alla sveglia che comincia a strillare alle 6 del mattino. Tempo di scroccare una rapida toilette al campeggio a cui ci siamo rifiutati di pagare 15 dollari a testa e siamo subito pronti per spararci qualche migliaio di chilometri nell'inospitale interno australiano. Se sulla costa orientale le città e i paesi sono relativamente frequenti (difficile fare più di 100 Km. senza incotrarne uno), appena si svolta in direzione ovest verso l'interno le cose cominciano a complicarsi: Nei 1000 Km. di Outback del Queensland lungo la Flinders Highway si incontrano appena 7 centri abitati. E parlo di "centri abitati" perchè è difficile definirli diversamente. Trattasi in effetti di paeselli da un migliaio di abitanti al massimo (eccetto Mt. Isa), sperduti in mezzo al nulla, che sono nati come stazioni di rifornimento per i pochi pazzi che osavano avventurarsi da queste parti negli anni che furono.
Ore e ore di guida ci han permesso di superare appena 3 paeselli: Charters Towers, Hughenden - un posto che la Lonely Planet definisce come "un centro trafficato", ma che in realtà a me è parso più che altro un mortorio con il riscaldamento al massimo - e l'insignificante Richmond, prima di approdare alla nostra meta finale per la giornata, l'apperentemente inutile Julia Creek.
Dopo aver piazzato il nostro possente mezzo nel campeggio del paese, posseduto da un tizio che ogni 2 parole ci metteva dentro un "mate**" (pronunciato rigorosamente "màit") ci dirigiamo spediti in direzione dell'hotel del paesello (gli "hotel" in Australia sono in realtà dei pub, non degli alberghi, o perlomeno non solo) per scolarci una mezza dozzina di meritate birre e per toglierci la caldazza opprimente di dosso quando veniamo tirati in mezzo dalla barista, che in realtà anche una gran bella fighetta che scopriremo poi essere originaria dello Yorkshire, in Inghilterra (cosa ci faccia una fichetta dello Yorkshire a lavorare in uno squallido baretto di uno squallido paesello nel mezzo dell'outback del Queensland non lo sapremo mai).
Beh per farla breve la suddetta fichetta inglese ci chiede se siamo noi i proprietari di quel furgoncino multicolore con scritto dietro "Shake n Bake", in quanto il possente mezzo che si - effettivamente è nostro - era di alcuni suoi amici irlandesi i quali non solo l'han posseduto, ma sono anche i responsabili del restyling tricolore e del relativo motto pennallato sul portellone posteriore. Carramba che sorpresa! Piccolo il mondo, è stato il pensiero di entrambi: lei che non si aspettava certo di ritrovare in giro il furgoncino a lei tanto familiare e noi che scopriamo le origini del nostro bolide da una bella fighetta nel mezzo del deserto del Queensland. Pazzesco.
Dopo le birrette rinfrescanti del tardo pomeriggio e soprattutto dopo una massiccia sessione sotto la doccia, decidiamo di ritornare al gaio locale della fichetta inglese, un po' perchè la tipella è davvero carina e fa sempre piacere avercela davanti, un po' perchè la suddetta aveva accennato alla possibilità di fare serata in un pub o addirittura in un club (!?!?!) li a Julia Creek, cosa che aveva suscitato in noi non poche perplessità, vista l'entità del paesello.
Ora, immaginate una strada, circondata da una distesa infinita di prati, terra rossa e qualche alberello qua e la; scegliete un punto remotissimo di questa strada e metteteci due file di edifici lunghe non più di un chilometro l'una, cercate poi di immaginare che ci sono 1000 persone che davvero ci vivono in quel posto e che la maggior parte di questi sono dei grezzi mandriani con la camicia a quadri di flanella, il cappellone da cowboy e i jeans a vita alta col cinturone di cuoio. Questa è Julia Creek. E la tipella voleva farci credere che in un posto così esiste un club???
Oltretutto durante il pomeriggio c'è sorta spontanea una domanda: ma ci saranno dei ragazzi in sto posto? E se si, quanto si devono rompere i coglioni da 1 a 10? L'unica soluzione per loro sarebbe spruzzarsi in vena, ma anche li, chi mai si prenderebbe la briga di portare della droga fino a sto buco di culo di posto?
La sera stessa abbiamo avuto tutte le risposte che cercavamo quando irrompe nel mezzo di una delle nostre sessioni di birra & biliardo un barbuto ometto che si presenta come Colin o qualcosa del genere cercando di tirarci in mezzo in una fantomatica serata-della-madonna nel pub-club che sta a poche decine di metri dal locale in cui ci trovavamo. A seguito delle tediose insistenze dell'ometto e tenendo conto anche del fatto che era venerdi sera, decidiamo di concederci sta botta di vita e di andare a sto figa di pub-club o quel che è. Ed è a sto punto che comincia a non tornarci qualcosa: innanzitutto Colin (o come diavolo si chiama) che nel frattempo confessa di essere originario di Canberra e di essere entusiasta di essersi trasferito a Julia Creek (il che la dice lunga su quanto faccia cagare Canberra) ci propone l'affarone del secolo:

- "Ragazzi, per la modica cifra di 50$ vi vendo nientepopodimeno che... un cartone."
- "Accidenti Colin -
è stata la nostra immediata risposta - la tentazione è effettivamente forte, ed il prezzo è a dir poco concorrenziale, ma dopo un attenta analisi temo che rifiuteremo la tua allettante proposta".

A quel punto, approfittando di una sosta-pisciata del pusher di lsd dei miei coglioni, riusciamo a seminarlo e ad entrare in sto locale abbastanza inquietante il quale, lungi dall'essere un pub e tanto meno un club, ci propone un repertorio di almeno una trentina di giovani ubriachi da fare schifo, al punto di essere decisamente molesti, alcuni dei quali palesemente fatti di qualche droga sintetica (probabilmente i cartoni da 50$ di Colin).
Consumata rapidamente la nostra birretta, concordiamo per una rapida fuga alla spicciolata per non dare nell'occhio ai nostri nuovi molestissimi compagni di bevuta e, grazie alle vecchissime scuse "vado a fare una pisciata, aspettami che torno subito" e "oh caspita, ho finito la birra, spetta che ne vado a prendere un'altra" ci spariamo un fugozzo senza precedenti.
Inutile dire che abbiamo declinato la proposta di Colin di rimanere 2 o 3 giorni a Julia Creek e che la mattina dopo la sveglia era ancora puntata alle 6, per levare le tende alla svelta da sto posto di pazzi.

Giorno 3: Da Julia Creek ad un punto non meglio precisato del deserto del Northern Territory.
Con Julia Creek e i suoi bizzarri abitanti alle spalle abbiamo cominciato a scannare di cristo: il nostro obiettivo era andare il più lontano possibile oltre il confine col Northern Territory.
Dopo qualche centinaio di chilometri di nulla assoluto la Lonely Planet ci svela un tris di attrazioni imperdibili nel giro di 10 Km.: si comincia con un mucchietto di sassi eretto dalla comunita di Cloncurry (dove si è registrata la temperatura più altra d'Australia, 53° a fine '800) in memoria della spedizione di Burke e Wills, due esploratori che per primi avevano percorso queste terre inospitali. Sti gran cazzi!
Dopo appena un chilometro, altro monumento, sapientemente preso a fucilate da qualche burlone, che indica l'antico confine del territorio aborigeno. Tu chiamale se vuoi, emozioni.
Ma quello che mi interessava di più doveva ancora arrivare. Trattasi delle rovine di una vecchia miniera di uranio chiamata Mary Kathleen, attiva dagli anni '50 fino al 1982. Nonostante il parere contrario del Valto, si decide di percorrere il chilometro scarso di strada semi-sterrata che esce dalla Highway e arriva in uno spiazzo che in realtà ha ben poco da mostrare, giusto qualche magro resto di edifici non meglio identificati in mezzo ad un mare di polvere rossa.
Proseguiamo per altri svariati centinaia di chilometri fino ad incrociare Mount Isa, un paesone di ben 20.000 abitanti nel mezzo del nulla, che deve la sua fortuna agli abbondanti giacimenti di piombo, zinco, argento e rame. Quando fra qualche anno tutto il minerale sarà estratto, il paesone diventerà l'ennesima città fantasma dell'outback australiano.
Superato Camooweal, l'ultimo avanposto del Queensland prima del confine col Northern Territory, ci addentriamo in una distesa di spinifex (un' erba che pare essere l'unica al mondo completamente non commestibile) a perdita d'occhio. Sfiniti, ci fermiamo per la notte in una piazzola di sosta in mezzo al deserto, dove ad attenderci ci sono solo, oltre a qualche camperista, solo una marea di fottute mosche e un freddo della madonna appena qualche minuto dopo il tramonto, il che ci fa sperimentare i famosi sbalzi termici del deserto (fino a 5 minuti prima si pezzava!).

Giorno 4: Dal punto non meglio precisato del deserto del Northern Territory a Daly Waters.
Lasciata la piazzola di sosta alle prime luci dell'alba ci dirigiamo a tutta velocità verso Barkly Homestead, tappa obbligatoria per chiunque percorra questo tratto di strada in quanto unica stazione di rifornimento nel giro di circa 500 Km. e non si può certo dire che i gestori della baracca non se ne approfittino: sanno che chiunque passi di li è obbligato a fermarsi a fare il pieno e fanno pagare la broda la modica cifra di 2,10$ al litro. Tanto per dare un paragone, a Sydney la benza la danno a 1,30$ e nelle altre zone dell'outback raramente supera l'1,60$.
Dopo le maledizioni di rito all'indirizzo del benzinaio ripartiamo fino a raggiungere, dopo circa 250 Km., il bivio di Three Ways, dove si vira verso nord in direzione di Darwin.
Qua la desolazione è, se possibile, ancora più marcata e dopo qualche centinaio di chilometri, in cui ci concediamo solo una breve visita al paesino abbandonato di Newcastle Waters, giungiamo a Daly Waters, destinazione finale della giornata.
Per raggiungere Daly Waters si deve uscire di un paio di chilometri dalla Stuart Highway, il che fa sembrare questo posto se possibile ancora più in mezzo al nulla. Intendiamoci, questo posto E' in mezzo al nulla, ma il fatto di allontanarsi dalla strada principale accentua quest'impressione.
Per quanto possa sembrare a prima vista incredibile, questo posto dimenticato dal signore formato da un pub, un motel da 4 stanze, una casa prefabbricata, una pompa di benzina e un piccolo campeggio ha moltissimo da dire: innanzitutto ai tempi dei pionieri dell'aviazione civile, quando per fare un volo da Londra a Sydney si necessitava di 10 giorni, una buona dose di coraggio (frequentissimi erano gli schianti) e di quasi 50 soste per il rifornimento di carburante, la pista di Daly Waters era una tappa assolutamente obbligatoria per qualsiasi aereo in transito, anche sulla linea tra Darwin e Adelaide.
Ma c'è dell'altro: sembra che proprio una piccola oasi qui a Daly Waters sia stata la salvezza della missione esplorativa di John Stuart (quello che da il nome alla Highway) quando, nel 1862, al limite delle forze, massacrati dal caldo e dalla sete, trovarono ristoro in questa zona. La leggenda vuole che Stuart incise una "S" su un eucalipto a 1 Km. dall'attuale paese e questo eucalipto, per quanto morto da decenni esiste ancora con la sua "S" incisa, che a dir la verità ricorda più un "8", ma tant'è. E poi dicono che nell'outback non c'è una sega da vedere!
Se pensate che sia tutto qua, vi sbagliate di grosso. In realtà l'attrazione principale di sto posto è lo storico pub fondato nel 1930, che per due beoni come i proprietari di Shake n Bake rappresenta una tappa obbligatoria. Il pub, c'è da dirlo, è una figata di posto, letteralmente tappezzato sulle sue pareti da qualsiasi genere di oggetto, dalle foto, alle banconote, agli adesivi, fino alle mutande e ai reggiseni (e c'è perfino una maglia dell'Atalanta da qualche parte!), che i visitatori hanno lasciato qua nel corso dei decenni. Ovviamente non abbiamo resistito alla tentazione di lasciare un contributo anche noi: Il Valto ha piazzato la tessera internazionale di studente su qualche trave, mentre una copia dell'inquietante fototessera della mia carta d'identità, unita ad un biglietto della metro di Milano campeggiano appena sotto la cassa.
Dopo la solita mezza dozzina di birrette ghiacciate del tardo pomeriggio, ci siam fatti tirare in mezzo dalla mangiata di carne che proponeva la casa, che ha saziato i nostri stomaci, stanchi dei soliti noodles, alla non certo modica cifra di 25$.
Degno di nota l'imbarazzante spettacolino organizzato dal cantante del paese (uno che ama cantare con una gallina appoggiata sulla testa) che ha unito canzoni popolari ad esilaranti gag cabarettistiche che han mandato in visibilio i nonni che componevano il 90% del pubblico (ovvero tutti tranne noi due).
Dopo una breve visita alla minuscola prigione del paese e un'altra mezza dozzina di birrette, siamo andati a nanna pronti per i 600 Km. finali che ci separavano ancora da Darwin.

Giorno 5: Da Daly Waters a Darwin.
Effettivamente devo ammettere che al quinto giorno di viaggio l'outback cominciava a rompere un po' i coglioni, ma, ancora una volta, ha riservato delle piacevoli soste, la prima delle quali è stata Pine Creek, paesello in cui ci siamo fermati del tutto casualmente per fare lo spuntino di mezzogiorno, che si è rivelato una ex città mineraria ai tempi della corsa all'oro. Dopo la pappa, obbligatoria la visita al sito dove sorgeva la miniera era quasi obbligatorio.
Proseguendo verso nord incontriamo Katherine, una delle 4 città (beh non esageriamo, chiamiamole "cittadine") degne di tal nome in tutto il Northern Territory, che segna a grandi linee la fine dell'outback. Trattasi di un torrido paesone in cui spicca in maniera evidente il fancazzismo degli aborigeni, che bighellonano scolandosi le loro birrette e cazzeggiando per tutta la città.
Ultimo stop lo facciamo nella riserva di Berry Springs, dove delle provvidenziali piscine naturali hanno contribuito a toglierci di dosso le 2 dita di polvere che ormai ci ricoprivano. A dire la verità, in teoria, le piscine di Berry Springs sono infestate dai coccodrilli, ma il caldo opprimente, unito alla temperatura perfetta dell'acqua, ci han convinto a battercene la fava dei coccodrilli. Nella nostra decisione c'è da dire che siamo stati incoraggiati dagli abitanti del posto, che non sembravano per nulla preoccupati dal fatto che dei lucertoloni lunghi fino a 7 metri potessero staccargli una gamba (nella migliore delle ipotesi).
E così eccoci finalmente a Darwin, capitale del Northern Territory, dove un caldo impossibile ci sta facendo pezzare come dei cani malati da almeno 2 giorni.
Al momento ci saranno almeno 35° e lo stesso tipo di caldo umido che caratterizza Milano al 15 di agosto, con la differenza che qua, in linea puramente teorica, siamo in inverno. In realtà, come già spiegato tempo fa, qua esiste la stagione delle piogge e quella secca, fa quindi un caldo fottuto tutto l'anno.
Ora siamo alla ricerca di un lavoro che finanzi i nostri prossimi giri a Broome, posto di mare e sole sulla costa settentrionale del Western Australia e, quando sarà la stagione giusta, a Uluru, meglio conosciuto come Ayers Rock, che sta ad un paio di migliaia di chilometri a sud di Darwin.
Alla prossima

* = Il road train è un camion gigante che percorre le zone desertiche australiane. Può avere fino a 4 rimorchi ed essere lungo quasi 55 metri.
** = "Mate" è una tipica parola australiana che si può tradurre più o meno come "fratello" o "compagno".

lunedì 2 giugno 2008

Tits out for the boys!

...insomma donne, fuori la mercanzia, che i giovani si vogliono divertire!
Pare essere questo il grido di battaglia che i festaioli di queste parti lanciano nei tersi cieli di Airlie Beach.
Ma andiamo con ordine: abbiamo dovuto guidare per 800 Km. in direzione nord, superando di oltre 400Km. il Tropico del Capricorno per riuscire a sfuggire alle tediose tempeste che hanno inondato il Queensland in questa settimana e siamo finalmente approdati in quella che alla fine era la nostra tappa successiva, ovvero il grazioso paesello tropicale di Airlie Beach, 3000 abitanti, sole della madonna, mare e un quantitativo di fichette a dir poco sbalorditivo.
Effettivamente qua, c'è da ammetterlo, siamo in una situazione di sciallo totale, oltretutto il suddetto paesello pare avere quello che sembrava mancare anche a posti ben piu' rinomati al di sotto del tropico: il divertimento!
Era ormai un mese che l'andazzo generale prevedeva, viste le scarse alternative serali, l'andare a dormire alle 9 di sera, ma ieri finalmente botta di vita con alcolismo sfrenato - udite udite - piu' o meno fino alle 2 di notte... a dire il vero non ricordo bene l'ora dato che non ero propriamente sobrio, anche se lo sbirro che ci ha blindato in macchina mentre ritornavamo in campeggio pare non essersene accorto. Meno male perchè da ste parti hanno la fama di non essere proprio teneri con chi guida sverso, infatti mi sono impercettibilmente cagato addosso quando ho visto i lampeggianti, ma vabbè.
Per il resto che dire... niente... ci si sveglia la mattina, si mangia pappa, si prende il sole, si fa il bagnetto nella "lagoon", una specie di piscinona che sostituisce l'ahime brutta spiaggia (unica pecca del posto).
Cioè non è che la spiaggia è brutta di per se, però è piccola e di pomeriggio, con la bassa marea, l'aqua si ritira di un centinaio di metri lasciando una disgustosa distesa di fanghiglia di merda che la rende poco invitante.
Comunque dato che il posto è bello e caldo si pensava anche di spararsi un mesetto di lavoro direttamente qua, senza andare a Darwin come previsto, anche perchè stiamo facendo troppo gli sgargianti e il conto in banca, pur essendo ancora ben lungi dall'andare in rosso, comincia a lamentarsi.
Domani partiamo per una tre giorni in barca a vela tra le isole dell'arcipelago Whitsundays (giusto per non farci mancare niente) dopodichè prenderemo seriamente in considerazione di proporci come equipaggio in una delle numerose barche a vela che portano turisti: l'idea ce l'han data due robbosi italiani che abbiamo beccato al pub la prima sera che ce l'han venduto come un lavoro sciallissimo, quasi una vacanza... e se lo dicono due scappati di casa (letteralmente) come quelli, c'è da crederci. Il primo dei due è in giro da 4 anni e mezzo e in tutto questo tempo è tornato in Italia solo una volta, quando è stato cacciato dal Costarica perchè clandestino (babba bia!) e l'altro, per sua stessa ammissione, una casa non ce l'ha e al momento vive in una capanna di legno da lui stesso costruita in un modo che ha imparato quando è stato 3 anni in Thailandia (ri-babba bia!).

Vabbè ora migro perchè sta vacca dell'internet point è due ore che ha messo su il cd di Tina Turner e mi ha fatto una testa cosi'.

sabato 31 maggio 2008

It's raining mate

Alla facciazza del "Sunshine State", qua siamo ufficialmente sotto il diluvio.
Ma andiamo con ordine: fino a stamattina le nostre natiche erano parcheggiate ad Hervey Bay, punto di partenza per le gite su Fraser Island, l'isola di sabbia più grande del mondo, formata in millemilamilioni di anni dai depositi delle correnti marine al largo delle coste del Queensland.
L'isola, essendo parco naturale protetto, non ha strade asfaltate e l'unico modo per percorrere i suoi sabbiosi sentieri è organizzarsi con un 4x4 da noleggiare tramite agenzia o direttamente in loco, condividendolo con altra gente.
La batteria con cui ci siamo ritrovati a condividere la gita era così composta:
1) Israeliano randagio: auto-proclamatosi capogita tuttofare. Positivo perchè aveva la voglia di sbattersi che a me mancava.
2) Israeliana riccioluta: istruttrice di guida dell'esercito israeliano, anche se tutti noi ci chiediamo tutt'ora come sia possibile dato che è un animale al volante, tipo che mi fa le scalate in prima e pretende di farmi salite ripide su strade dissestate in quarta.
3) Canadese logorroica: la più precisina del gruppo, ma presto contagiata dal randagismo imperante.
4) Canadese barbuto: l'uomo che nel giro di una notte ha incrementato del 75% la nostra conoscenza sulle perversioni sessuali umanamente possibili.
5) Tedesco glabro: un uomo fissato con la depilazione maschile, ma che nello stesso tempo sostiene di non essere gay... bah.
6) Tedesco palestrato: una montagna di muscoli, anch'essi depilati. Forti sospetti su una liason con Tedesco glabro.
7) Inglesina dalle tette importanti: simpatica, carina e pure abbastanza porcellina da quanto mi è parso di capire.
8) Inglese con le cosce grosse: impossibile condividere un posto a sedere con ques'uomo dagli arti inferiori eccesivamente sviluppati.
9) Inglese sosia di Tom Cruise: ma con un taglio di capelli migliore.
Con questa composizione, dopo un accurato addestramento sulla guida su sabbia, partiamo fiduciosi da Hervey Bay alla volta dell'imbarco dei traghetti per Fraser Island, da dove salpiamo sotto un cielo minaccioso.
Il primo giorno scorre via abbastanza liscio: la pioggia arriva solo a tarda notte e la temperatura è decente, ce la facciamo quindi tranquillamente a vedere quello che dobbiamo vedere, arrivare al campo prestabilito, piazzare le tende e cominciare una festicciola a base di ettolitri d'alcol assieme ad un altro gruppo di tizi che era li con noi.
Non faccio un esagerazione quando dico che in tre giorni su Fraser avrò bevuto si e no due bicchieri d'acqua, tutto il resto dei liquidi era composto da vino, anzi, magari fosse stato vino, in realtà si trattava del terrificante goon, la versione australiana del Tavernello.
E infatti il secondo giorno parte subito male: i postumi della sbornia, uniti alla guida da cani di Tedesco palestrato e al terreno sconnesso fanno la prima vittima nel giro di 10 minuti: Inglese con le cosce grosse sbocca l'anima, seguito a ruota da me.
Dopo l'inizio un po' così, la situazione sembra mettersi sui binari giusti: visitiamo la Seventy-five miles beach, con relativo relitto incagliato e avvistiamo pure qualche dingo, l'animale tipico dell'isola, che in realtà non è nient'altro che un cane selvatico con la pelliccia rossa.
Verso sera iniziano i casini quando ci rendiamo conto del tramonto imminente e qualche psicolabile propone di accamparsi in spiaggia. Fortunatamente optiamo per appoggiarci ad un campeggio a 20Km nell'interno dell'isola perchè entro breve inizia il diluvio.
Arrivati al campeggio già col buio pesto e sotto una pioggia torrenziale ci rendiamo conto dell'impossibilità di piantare le tende e di far da mangiare. Dopo un breve briefing nei cessi del campeggio si raggiunge l'accordo all'unanimità. I cessi sono asciutti, grandi, luminosi e clamorosamente puliti: ci piazziamo qua!
Ed è a questo punto che si stenterebbe a credere al mio racconto, se non avessi delle prove fotografiche di quanto dico. Da un lato si piazzano i due israeliani a fare la pappa, mentre tutt'intorno la gente si industria per far diventare accogliente un cesso pubblico di un campeggio. Io, nel frattempo, bevo.
Dopo mangiato si inizia col solito circo dei drinking-games più improbabili che innalzano il livello alcolico e convogliano ben presto il discorso su quanto siano dei pervertiti gli anglosassoni e sul fatto che questi abbiano una parola per descrivere qualsiasi follia sessuale possibile e immaginabile.
Quanto dev'essere comodo dormire in delle docce pubbliche ampiamente illuminate è una cosa che non mi è dato sapere, visto che ho piazzato la branda sui sedili posteriori del 4x4, ma conosco almeno 9 persone che sapranno darvi una risposta a proposito.
Il giorno dopo, bagnati fradici, siamo tornati sul continente.

giovedì 22 maggio 2008

Randagismo militante


Potrei tediarvi per ore raccontandovi di come il nostro potente mezzo, il furgoncino Shake 'n' bake, ci abbia portato in posti che voi umani non potete neanche immaginare, come Anna Bay, il banco di dune mobili più grande dell'emisfero australe, che ti fanno sembrare di essere più nel deserto della Namibia che in Australia, oppure potrei raccontarvi della simpatica spiaggetta con cangurotti saltellanti che abbiamo trovato per puro caso dopo esserci persi mentre cercavamo di raggiungere un faro abbastanza inculato a nord di Port Macquarie, oppure potrei asciugarvi parlando di Byron Bay, la capitale mondiale del robboso e del furgoncino Volkswagen anni '70 (ne voglio uno, cazzo!!!).
Potrei tediarvi, dicevo, ma alla fine che voglia potrò mai avere?
Mi soffermerei invece su questioni più pratiche, quali il momentaneo fallimento delle nostre politiche di risparmio monetario che avevamo pianificato a tavolino e a bocce ferme: tanto per cominciare, il nostro carissimo Shake 'n' bake ciuccia più di una nigeriana che ha trovato lavoro sulla Cassanese e questo, se da un lato fa felici decine di rivenditori di carburante, dall'altro fa roteare ampiamente le gonadi a noi poveri pezzenti.
Esserci fermati poi in una località deliberatamente ribattezzata Surfers Paradise (già Elston) per attirare turisti da ogni dove (chi mai si sarebbe fermato in un posto chiamato Elston, pensarono gli abitanti in un caldo giorno del 1933) non fa certo bene alle nostre tasche, dato che la natura turistica del posto fa si che i prezzi siano parecchi più alti della media, nonostante siamo decisamente in bassa stagione.
Ieri abbiamo ricevuto una grossa lezione su come sia difficile risparmiare in questo posto: arrivati verso mezzogiorno a Surfers Paradise e trivellati dalla fame abbiamo girato a lungo alla ricera di cibo a poco prezzo, quel tipo di cibo che altrove, persino nella relativamente cara Sydney, abbonda. Dopo lungo girovagare ci siamo fermati da Belo Piselo, nome (ovviamente) fittizio con cui vi sto ad indicare una piccola tavola calda che serviva cibo brasiliano. Con la "modica" cifra di 6 cocozze, il nostro amico brasilenji ci ha riempito la panza, alchè ci casca l'occhio sulla lavagna con su il menu dell'adiacente ristorante cinese, che reclamizzava del riso al vapore all'onestissima cifra di 2 talla e mezzo. La sera stessa, stufi di spendere una media di 15-16 zucchine al giorno per mangiare, ci dirigiamo pieni di speranza dai cinesi e ordiniamo una delle loro zuppe a poco prezzo (un brodino in pratica). Dopo aver finito la nostra sbobba siamo già pronti a mungere sti 3 dollari per poi levare le tende, quando uno spaccioso cameriere ci fa notare la postilla scritta in lettere microscopiche posta nell'ultima pagina del menu, in cui si dice che la spesa minima deve essere di 15$.
"I gialli a sto giro ci hanno fottuto", è stato l'unanime pensiero al nostro tavolo.

L'istinto iniziale era ovviamente quello di mandare a cagare il muso giallo e scappare via velocissimi con le gambe dietro le ricchie, poi però, una volta soppressi i nostri istinti barboni, abbiamo cominciato a sfogliare il ricco menu alla ricerca di pietanze che ci facessero arrivare giusti giusti a sti cazzo di 15$ e ci liberassero dal giustificato pressing del cameriere a mandorla, che già aveva fiutato la nostra barbonaggine (era un ristorante piuttosto pettinato, forse era il caso di accorgersene prima!).
Alla fine il conto finale è stato di esattamente 30 dollari e 20 centesimi. Quindici dollari e 10 a testa: non vi dico con che aria di disprezzo il capo-giallo mi ha consegnato la ricevuta del pagamento col bancomat, ma alla fine non è che ci deve rompere i coglioni, se siamo in mezzo ad una strada con Shake 'n' bake vuol dire che non è che siamo proprio i figli di Berlusconi. O no?
Non contenti di aver speso una barca di soldi dai caga-riso (beh, barca di soldi... alla fine sto facendo tante storie per meno di 10 euro a cranio!) veniamo attirati da una insolita folla che ronza intorno a una delle bancarelle del mercatino sul lungomare. Ci avviciniamo e scopriamo che il baracchino vende una cifra di quei giochini rompicapo tipo i due anelli uno dentro a quell'altro che devi separare in qualche modo, e cagate simili.
Ci scimmiamo per quasi un ora con la miriade di rompicapo dei due soci (che nel frattempo fanno soldi a palate vendendo ste cagate) quando sfortunatamente mi casca l'occhio su uno che è a dir poco pazzesco. Trattasi di un rompicapo di cui non avevo mai sentito parlare, progettato da pensionato della Tasmania che praticamente consiste in un chiodo (o una matita, o una vite) conficcati in un unico blocco di legno. La particolarità consiste nel fatto che è (apparentemente?) impossibile che il chiodo (o la matita, o la vite) possa trovarsi in quella posizione. Cioè, beccatevi la foto qua sotto: il pezzo di legno è un blocco unico e la vite, ovviamente pure. Non ci sono possibilita di movimento, per cui come è possibile tirare fuori la vite di li? E, parimenti, come è possibile infilarcela? Non venitevene fuori a dire che la vite è stata scaldata, piegata, infilata e ri-raddrizzata, perchè vi ricordo che è possibile farlo anche con una matita.
Una sfida troppo intrippante per non dare 15$ al tipo e acquistare l'oggetto.



Oggi abbiamo piazzato le tende in campeggio: facendo due rapidi calcoli ci conviene così. Alla fine Surfers Paradise, a parte la miriade di grattacieli che la fanno sembrare una classica località da tabbozzo in vacanza in Costa del Sol ci sta dentro: siamo in pieno inverno (il "maggio" australe corrisponde al "novembre" boreale) e ciononostante di giorno, vento permettendo, fa ancora un caldo pazzesco (la sera magari un po' meno) e il sole risplende praticamente sempre. Non a caso il Queensland è soprannominato "The sunshine state". Prossime tappe Brisbane, Fraser Island e Whitsunday Islands.