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domenica 15 luglio 2012

Mi dovete mollare!!!

Tashkent, Uzbekistan (Km 22258). Ci risiamo. Ancora una volta mi ritrovo impantanato in un posto dove non ho più niente da fare o vedere a causa di lungaggini e problemi burocratici completamente inutili riguardanti i vari visti ed è già la terza volta che succede in questo viaggio: escludendo i tempi strettamente tecnici ho dovuto sprecare 5 giorni a Shanghai, almeno 10 giorni in Kazakistan, da cui non potevo uscire prima del 25 giugno e adesso per colpa dei turkmeni rischio di rimanere qua a Tashkent un'altra settimana ad aspettare il loro visto di trasito di merda che ci mette 20 giorni – non uno di meno – per essere emesso ed il ventesimo giorno scade lunedi, poi però non posso passare la frontiera prima di venerdì prossimo, a meno di non riuscire a convincere quel simpaticone dell'omino dei visti ad anticipare le date di un paio di giorni.
Insomma problemi... avevo addirittura anticipato il mio rientro nella capitale illudendomi che quel maledetto adesivo fosse pronto con qualche giorno d'anticipo, ma niente, il ciccione buontempone dell'ufficio consolare dice che bisogna aspettare. Ma aspettare cosa diosanto? Probabilmente hanno le mie scartoffie nel secondo cassetto della scrivania, ma non c'è verso di fargliele tirar fuori prima di lunedì perchè...? Boh, perchè si, così è deciso, l'udienza è tolta.

Mazar-i Sharif, Afghanistan
Che poi il Turkmenistan è li in mezzo e non c'è modo di saltarlo se si vuole tornare in Europa via terra dall'Asia Centrale, a meno di non bypassarlo attraverso l'Afghanistan, cosa che ho seriamente preso in considerazione, dato che ottenere un loro visto è nettamente più semplice e mi avrebbe permesso di vedere Mazar-i Sharif, un posto della madonna appena oltre il confine Uzbeko, ma poi sarei dovuto andare fino ad Herat, a due giorni di strada attraverso le montagne, strada che però pare imbottita di posti di blocco talebani e tutti noi sappiamo quanto costoro non abbiano in simpatia gli occidentali in generale ed i mangiapizza in particolare, ci manca solo che mi tocca fare un video-appello a Napolitano chiedendo di essere liberato in cambio del ritiro delle truppe spaghettivore da Kabul, cosa che farei anche volentieri, ma di certo non sotto la minaccia di un AK-47 talebano, ergo cicciaculo, mi tocca aspettare i turkmeni.

Tutto questo è tedioso non solo per l'attesa in se, quanto per il fatto che ora mi toccherà farmi di fretta Iran e Turchia, o perlomeno scegliere di farne solo una delle due per bene e dare solo un'occhiata all'altra. Ovviamente ho scelto di fare l'Iran per bene e rimandare a malincuore un'esplorazione approfondita della Turchia a data da destinarsi, senza contare che per il post-Istanbul rinuncerò giocoforza ad un rientro attraverso i balcani, per optare per un più breve percorso attraverso il nord della Grecia oppure Bulgaria/Macedonia, con traghetto per Ancona preso da Patrasso o più probabilmente da Durazzo, in Albania.

Bene, questo è quanto, ci risentiamo quindi dal Turkmenistan dove vi darò un'idea di che razza di gabbia di matti è quel posto e sul perchè non c'è da aspettarsi niente di buono dalla loro classe dirigente, inclusi – come ho avuto modo di constatare personalmente - i loro rappresentati all'estero, ovvero le ambasciate.
Linea verde: strada che mi tocca fare attraverso il Turkmenistan
Linea rossa: strada che non s'ha da fare in Afghanistan

mercoledì 11 luglio 2012

La Pozzanghera d'Aral

Mi son sempre bullato con gli amici di essere uno scimmiato di geografia sin dai tempi delle elementari e ricordo perfettamente quando la maestra ci raccontò del Lago d'Aral, uno dei più grandi al mondo, tanto che era spesso chiamato anch'esso “mare”, il Mare d'Aral.
Il Lago d'Aral negli anni '60 e nel 2010
Solo in tempi recenti però mi è giunta all'orecchio la storia della catastrofe dell'Aral, un disastro ambientale che ha ridotto drasticamente la superficie del lago fino ad una piccola frazione di quello che era negli anni '60. La causa principale di tutto sto casino sono i sovietici, che imposero la monocoltura del cotone alla Repubblica Uzbeka, la quale doveva solo preoccuparsi di produrre migliaia di tonnellate di fiocchi bianchi che poi venivano impacchettati e spediti tali e quali in qualche parte dell'impero, dove qualcun altro doveva solo preoccuparsi di filare il tessuto per produrre magliette o mutande. All'epoca infatti non c'era una sola fabbrica in grado di trattare il cotone in tutto l'Uzbekistan, qua lo si coltivava e basta.
Il problema è che il cotone necessita di immense quantità d'acqua e indovinate un po' da dove la prendevano? Bravi, indovinato, dal Lago d'Aral o meglio dai suoi affluenti! Decenni di prelievi per irrigare i campi hanno abbassato il livello dell'acqua in maniera così evidente, che ormai l'Aral sembra una pozzanghera a confronto di quel che era un tempo.
Tutte le comunità di pescatori che si affacciavano sulle sue coste sono scomparse, sia per l'estinzione di ogni tipo di pesce dovuto all'aumento vertiginoso della salinità dell'acqua (oggi paragonabile a quella del Mar Morto), sia per il sopraggiungere di malattie respiratorie dovute alla sabbia salata sospinta dal vento, contaminata da pesticidi e diserbanti usati in quantità industriale nella zona.
Senza questo grosso specchio d'acqua a mitigare il clima, al giorno d'oggi le estati sono torride e gli inverni gelidi; le precipitazioni sono calate drasticamente, la fauna – non solo ittica – è praticamente estinta.
Le comunità più colpite furono Aralsk – sulla sponda kazaka – e  Moynaq su quella uzbeka, dove ho deciso di fare un salto per dare un'occhiata alla situazione.

Moynaq, Uzbekistan (Km 20885). Si arriva sul posto nel tardo pomeriggio in formazione da barzelletta (un italiano, un inglese, un tedesco, una polacca ed una svizzera) dopo parecchie ore di shared taxi che da Urgench è corso verso ovest attraversando gran parte della remota Regione Autonoma del Karakalpakstan, nell'Uzbekistan occidentale, terra dei Karakapi, una minoranza etnica apparentemente di origine kazaka.
Quando Moynaq era una città di pescatori
(foto da internet)
Dopo aver passato la “capitale” Nukus (città squallida, ma sede del famoso museo d'arte Savitsky) arriviamo a Kungrad (città squallida e basta) dove er tassinaro decide che non è il caso di andare oltre e ci affida alle amorevoli cure di un guidatore di Marshrutkas* che per una manciata di spiccioli percorre i rimanenti 140km di un paesaggio monotono e desolato.
Moynaq è come me l'aspettavo: triste. Di città tristi ne ho viste parecchie, ma nella mia top ten questa pare battere perfino Pripyat (Vedi foto) - città dell'Ucraina evaquata in una manciata di ore all'indomani dell'esplosione di Chernobyl – che almeno ha la scusa di essere una città abbandonata, mentre Moynaq è ancora abitata principalmente da vecchi che curano bambini, mentre i genitori sono in qualche città dei dintorni dove c'è ancora la possibilità di trovare un lavoro.
Lo scenario è post-apocalittico, con larghe strade polverose in cui l'unico rumore è il vento che tira su ancora più polvere, le case sono in rovina, così come l'unico hotel ancora funzionante della città, un decrepito edificio che pare aver visto giorni migliori e che sembra più uno squat che un posto dove pagare per passare la notte; in cui l'intera ala est è stata ribattezzata la bat-caverna, in quanto oltre una marcescente porta di legno hanno fatto il nido una colonia di pipistrelli ben poco amichevoli (lo scherzone da fare a tutti è: “vuoi vedere la bat-caverna?” per poi godersi lo spettacolo dell'ignaro amico fuggire a gambe levate urlando mentre le suddette bestiacce lo inseguono con istinti omicidi).

Diciamo che camminando per Moynaq mi sarei aspettato di incrociare da un momento all'altro un gruppo di punk con Ken Shiro che li fa esplodere entro 3 secondi colpendone un punto di pressione, in effetti questa sarebbe la location ideale per “Ken il Guerriero – The Movie” (tra l'altro che figata sarebbe, lo devono troppo fare!). Ma non divaghiamo...
Il Lago d'Aral oggi: notare la vecchia
linea costiera e le barche sul vecchio fondale
Il pezzo forte della zona sono però le barche arenate su quello che una volta era il fondo del Lago d'Aral, ma che ora è un arido deserto sabbioso che si estende a perdita d'occhio fin'oltre l'orizzonte.
Le barche, completamente in rovina ed arrugginite, sono l'unico indizio della presenza d'acqua in un passato nemmeno troppo lontano - oltre all'evidente linea costiera che corre a qualche decina di metri dal nostro fatiscente hotel - e pare siano state trasportate più vicino alla riva per renderle più facilmente accessibili agli sporadici turisti (cosa abbastanza squallida, ma c'è da pensare che quei quattro rottami sono l'unica fonte di guadagno per la gente rimasta sul posto) e per la gioia dei mocciosi che vivranno pure in un posto orrendo, ma perlomeno hanno un parco giochi invidiabile (almeno finchè le barche reggono alla ruggine e non fanno male a qualcuno!).

Chiedendo in giro pare sia anche possibile organizzare una gita verso quel che rimane del lago, ma i costi nettamente fuori budget (100 cocomeri a cranio per una macchinata da 4) fanno desistere anche i più convinti di noi, così si decide di ripartire l'indomani prendendo il sovraffollatissimo local bus che ci riporta a Nukus in poco meno di 4 ore da incubo, con gente ammassata, bambini vomitanti e scomodità a go-go. Ovviamente mettere un pullman in più al giorno non pare una soluzione percorribile, probabilmente secondo la stessa logica che governa i ristoranti uzbeki e che rende introvabile il Plov - il piatto nazionale (riso con carne e carote) - che quando finisce basta, non ce n'è più e tu gli dici: “Ma se sai che finisci il plov in 30 secondi perchè non ne fai di più?”. Non si sa, e intanto io mi ritrovo a mangiare carne di pecora e patate da 2 settimane mentre ucciderei per un piatto di riso.
Forse a Tashkent, ora che ci ritorno per raccattare il mio visto turkmeno, avrò maggiore successo.

* Marshrutka: minivan per il trasporto pubblico

sabato 7 luglio 2012

Ah, l'Uzbekistan nord-occidentale...

Bukhara, Uzbekistan (Km 20041). Non ci sarà la fanfara ad accogliermi alla stazione di Bukhara al termine del breve viaggio da Samarcanda, ma al suo posto posso contare sulla presenza di 50°C che trasformano l'ex capitale dell'omonimo Khanato in una fornace a cielo aperto.
Come a Samarcanda, il pezzo forte del luogo sono le innumerevoli moschee, medressa (scuole coraniche) ed altri edifici storici come l'Ark - il palazzo del Khan - che tra l'altro non si può manco visitare perchè è chiuso per restauri, a meno di non corrompere una guardia ingolosendola con 10.000 som ovviamente.
Bukhara, Uzbekistan
3 del pomeriggio del 2/7/2012
A differenza però di Samarcanda, Bukhara appare più autentica: nella prima città sembrava di stare in un museo - tutto pulito, tutto restaurato, tutto in ordine – qua invece le strade sterrate, la polvere e le capre che vanno a zonzo per la città, fanno sembrare il tutto meno pre-confezionato. Certo manca ancora qualcosa, chessò, un muezzin che ti rompe le palle alle 5 del mattino, ma che avrebbe dato il tocco finale, invece sfortunatamente per l'atmosfera - ma fortunatamente per il mio sonno - i muezzin paiono banditi per legge dall'Uzbekistan (per evitare estremismi, mi dicono. Bah!) per cui niente Allah akhbar per noi.

Anche a sto giro l'ho fatta fuori dal vaso
Ritornando a temi più pratici, il soggiorno Bukharese (bukhariano? Whatever...) è stato sfruttato anche per ricalcolare e ridurre drasticamente il budget di viaggio, clamorosamente sfondato per il secondo mese di fila grazie – si fa per dire – ai costi proibitivi sostenuti in Kazakistan.
Certo, potevo anche risparmiare i 50 dollari spesi in memorabilia sovietica (una bandiera, una fibbia, qualche rublo ed uno stendardo double-face col faccione di Lenin sul fronte e i gli stemmi delle 15 repubbliche sul retro), ma il mio feticismo per i regimi comunisti (pur NON essendo io stesso comunista, tengo a precisare) pare conoscere limiti solo di fronte all'estratto conto della banca che a momenti mi faceva pigliare un colpo.
Per cui: budget ridotto a 20USD (non euro!) al giorno, divieto più assoluto di aquisto di qualsivoglia articolo sovietico, drastica riduzione delle provvidenziali birrette rinfrescanti e, su caldo suggerimento dell'australiana randagia quarantenne, inizio della pratica del couchsurfing, che per chi non lo sapesse, è l'antica arte di scroccare senza pietà accomodation a privati cittadini i quali offrono il proprio divano/letto/terrazzo/vasca da bagno a titolo assolutamente gratuito.
La pratica mi ha sempre fatto prendere abbastanza male (odio l'idea di andare in casa di gente sconosciuta, soprattutto se non sono invitato), ho infatti sempre preferito il caro vecchio ostello, ma pare che l'Iran pulluli di giovini ansiosi di conoscere/ospitare occidentali, senza contare poi che davanti a ristrettezze economiche c'è poco da fare i menosi.

Khiva, Uzbekistan (Km 20508). La tappa successiva è Khiva, città piena di fascino e storia nell'Uzbekistan nord-occidentale, ad un tiro di sputo dal confine col Turkmenistan. Il piano di raggiungere Khiva in treno via Urgench viene stroncato fin dall'inizio dalla bigliettaia alla stazione: in questo periodo non ci sono abbastanza passeggeri che vanno da quella parte, per cui niente treni!
Guida nel Kyzylkum Desert
Le alternative rimangono due: shared taxi, oppure prendere al volo uno dei bus di linea che passano  da Bukhara - non si sa bene quando -  sulla rotta Tashkent-Urgench e quando dico prendere al volo intendo proprio mettersi a bordo della strada sotto un sole assassino e fermare i pullman con un cenno di mano e sperare che questi abbiano un posto che gli avanza.
Alla vigilia della partenza l'intero ostello dove alloggio viene sfrattato con un preavviso di 10 minuti, in quanto la capa della baracca deve tornare al villaggio suo per un affare urgente e non può lasciarci li. Oltretutto era due giorni che litigava col marito (urla, cellulari che volano, insulti...) per cui questo se ne è andato chissà dove e non può nemmeno sostituirla. Ah, gli ostelli a gestione familiare...
Questo fa si che anche chi voleva rimanere un giorno in più a Bukhara, decida di partire, ci troviamo quindi in 10 alla stazione dei taxi-bus, dove io sono fermamente deciso a percorrere la strada del bus-preso-al-volo, venendo però freddato dall'amara realtà: i bus passano tra le 3 e le 6 del mattino, per cui o condivido un taxi con gli altri, o ritorno in città per poi riprovarci il giorno dopo. Ovviamente opto per il taxi – alla faccia del budget ridotto – che vuole 20 dollari a cranio per percorrere i 470Km che portano a Khiva, che se vogliamo non è un cazzo, ma in un ottica di risparmio sfrenato è un prezzo folle.

(Piccola curiosità da chissenefrega: il nostro taxi, così come praticamente ogni auto in Uzbekistan, è una Daewoo/Chevrolet Nexia. Questo perchè esse vengono prodotte in uno stabilimento vicino Tashkent e vengono vendute senza la tassa d'importazione che vige su ogni altra auto e che ammonta al 100% del valore di mercato. Popolarissima è anche la Matiz, mentre circolano in misura minore altre auto, ma sempre e comunque Daewoo made in Uzbekistan. Le uniche auto prodotte all'estero paiono essere le vecchie Lada russe che girano dai tempi dell'URSS).

Il tragitto attraverso il terribile Kyzylkum Desert è, per un'amante dei deserti come me, molto piacevole. Questo è un deserto vero: arido, bollente, inospitale, polveroso; con la sabbia che fagocita larghi tratti di un manto stradale che non vede manutenzione umana da almeno 3 decenni. La strada peggiora sempre più man mano che la si percorre, con innumerevoli automobili, camion e bus fermi ai lati della strada per guasti o forature, con il nostro tassinaro che rischia incidenti frontali ad ogni chilometro perchè, per evitare le buche, è costretto ad invadere quella che in teoria è l'altra corsia, mentre in realtà non esiste un'altra corsia: ce n'è solo una ed è di tutti.
Arrivo a Khiva con 3 dita di polvere addosso ed un caldo pazzesco che ancora una volta impedisce categoricamente di mettere il naso fuori dalla porta da mezzogiorno alle 5 del pomeriggio, tanto che perfino il ricordo delle estati milanesi mi rinfresca. Mi sa che è proprio ora di bersi una birretta gelida!

lunedì 2 luglio 2012

La polizia (non) s'inkazza (più)

Gli ultimi giorni kazaki sono spesi cercando di tirare in qualche modo il 25 del mese, giorno in cui posso finalmente varcare la frontiera uzbeka, non prima però di una rapida visita a Turkistan, cittadina a 25 ore di pullman a sud di Astana, non lontano dal confine, dove il Mausoleo di Yasaui mi da un assaggio della maggiore attrattiva che troverò in Uzbekistan, ovvero l'architettura araba dell'Asia Centrale. L'ipotesi di una gita al Cosmodromo di Baykonur - la Cape Canaveral dell'Unione Sovietica – sfuma invece all'ultimo momento: Baykonur non è Cape Canaveral dove organizzano tour guidati e vendono souvenir e modellini di shuttle, qua prendono molto seriamente il fatto che una base di lancio spaziale è una zona militare e non vogliono curiosi e tantomeno fotocamere puntate. Addirittura pare che chiedere informazioni in giro possa creare problemi e siccome di problemi con la polizia kazaka ne ho giа avuti abbastanza, non ci tengo a fare il bis, anche perchè con sta storia che il cosmodromo, pur in territorio kazako, è roba russa, i pali in culo potrebbero essere più del previsto.

Tashkent, Uzbekistan (Km.19500). Una delle maggiori preoccupazioni quando si parla di Uzbekistan riguarda la polizia: per anni questo è stato uno dei più terribili stati di polizia al mondo e fino a qualche tempo fa pare che la principale attivitа di quest'ultimi fosse rompere il cazzo ed estorcere quanti più soldi possibile al malcapitato straniero di turno. Al presidente uzbeko Islam Karimov, per quanti difetti possa avere, va riconosciuto il merito di aver stroncato questa tediosa abitudine e di aver trasformato l'incubo di ogni viaggiatore in docili agnellini.
Si si, controlla il passaporto, tanto
non ti do una lira!

Siamo arrivati addirittura al punto che sono riuscito a farmi pagare la metro da uno di loro perchè, appena sceso dal treno alla stazione di Tashkent, non ho potuto fare a meno di notare che il numero di posti dove prelevare denaro locale è inversamente proporzionale al numero degli sbirri che girano per strada: di quest'ultimi ce n'è letteralmente uno ogni cinquanta metri, mentre i bancomat latitano in maniera imbarazzante, sono spesso fuori servizio ed offrono denaro allo svantaggiosissimo tasso di cambio ufficiale, il che fa fiorire il mercato nero dei dollari/euro da recuperare cash-advance da qualche parte per poi essere ricambiati in Som Uzbeki, la ridicola moneta locale, il cui taglio più grosso viene scambiato per la bellezza di trenta centesimi di euro.
Qui a Taskent poi ricompaiono anche i viaggiatori occidentali che non vedevo ormai dai tempi di Pechino. L'argomento che più tiene banco sotto le fresche frasche dell'ostello pare essere chi ha più problemi coi vari visti: c'è chi ha il visto che gli scade il giorno dopo e cerca rifugio in Kyrgyzstan (non posso ancora credere che gli australiani lo hanno ribattezzato “Kirgie”, così come Tashkent è diventata “Tashie”. Pazzia!*), altri che devono aspettare 3 settimane per il visto turkmeno, ma hanno solo 10 giorni rimasti in Uzbekistan, altri ancora che hanno prenotato un Tbilisi-Barcellona a 20 euro, salvo poi chiedersi: “Si ok, ma dove cazzo è Tbilisi e soprattutto come ci arrivo?”.
Per quanto mi riguarda posso contribuire alla conversazione raccontando dell'ormai consueta (ed ultima, per quanto mi riguarda) gita consolare che mi regala uno sfavillante visto della Repubblica Islamica dell'Iran prenotato per tempo ed ottenuto quindi on-the-spot ed un visto di transito per il Turkmenistan che però mi metteranno sul passaporto con calma, fra 20 giorni (!), comunque no problem, questo mi permette di praticare l'antica arte dello zingarismo uzbeko nella modalitа che più mi piace: con calma.

Samarcanda, Uzbekistan (Km.19782). Ebbene si cari miei, Samarcanda non era solo un programma di Santoro, ma è anche una cittа, in veritа una delle più pittoresche dell'intera area, un'area – ora è sicuro – che la bazza del momento prevede di girare in bicicletta.
Almeno il 70% dei randagi che ho incontrato infatti è dotato di una dose di voglia non indifferente, che permette loro di pedalare in piena estate attraverso deserti e montagne, e il cui obiettivo primario è percorrere la Pamir Highway in Tajikistan, un posto che effettivamente vale la pena di attraversare solo con mezzi propri.
Ci sono l'americana culona con la voce fastidiosa, lo svizzero barbuto che ha deciso di fare il giro del mondo, l'inglese pettinato sempre pulitissimo e con la camicia sempre ben stirata, il francese scappato di casa che è in giro da 20 anni. La fauna è varia, ma il punto comune è che sono tutti scimmiati con ste bici. E io che a momenti mi prendevo male per 25 ore di pullman senza aria condizionata...
Che poi sta gente qua è anche pericolosa: ora lo svizzero barbuto mi ha messo in testa sta idea che il Kurdistan Iracheno è un posto della madonna, che non ti fanno come un cane e che è possibile ottenere un visto alla frontiera alchè io ribatto che forse è un po' prematuro andare in Iraq - anche se il Kurdistan effettivamente è Iraq solo per modo di dire - ma poi interviene la quarantenne australiana che anche lei ci è stata e conferma che il Kurdistan è the place to be, la nuova frontiera del grezzismo itinerante. Beh alla fine ho rimediato una mappa dell'Iraq su cui studiare i percorsi ("Basta non attraversare il fiume Tigri perchè di la ci sono gli arabi e ti fanno come un caimano", mi dicono), mentre per tutto il resto bisogna affidarsi al passaparola internettiano perchè come potrete immaginare non ci sono Lonely Planet dell'Iraq.
Bah, sono perplesso, ma approfondirò la questione.

* Ma questo non lo potete capire se non siete stati in Australia.

venerdì 29 giugno 2012

Prossima tappa: Uzbekistan

Storia in breve: In origine il territorio dell'attuale Uzbekistan era abitato da popolazioni che contrariamente ai loro vicini erano piщ sedentari che nomadi e che furono nel tempo conquistati da Persiani, Arabi (che diffusero l'Islam) e Turchi, finchи finalmente si impose una popolazione di origine mongola che prese il nome dal loro Khan piщ importante, Ozbeg.
L'arrivo dei poco amichevoli Zar nel XVIII secolo diede inizio alla colonizzazione russa di questi luoghi che culminт con la creazione della Repubblica Socialista Sovietica Uzbeka, i cui confini, puramente artificiosi disegnati da Stalin, sono resistiti fino alla caduta dell'Impero Sovietico e costituiscono l'attuale linea di frontiera della Repubblica dell'Uzbekistan.
Cose da vedere: Dopo aver dato un'occhiata alla certo non entusiasmante capitale Tashkent ed aver sbrigato le ultime formalitа consolari con iraniani e turkmeni, si parte in direzione ovest per vedere le tre cittа piщ belle dell'Asia Centrale, ovvero Samarcanda, Bukhara e Khiva. Puntatina anche nell'ex cittа portuale di Moynaq nella regione del Karakalpastan, per dare un'occhiata agli effetti del disastro del Lago d'Aral (di cui parlerт a tempo debito). Dopodichи si ritorna a Tashkent, si recupera il passaporto  all'ambasciata del Turkmenistan e si passa il confine verso quest'ultimo.
Aspettative: Io l'ho sempre detto che l'Uzbekistan и un posto della madonna, ma in genere nessuno mi ha mai creduto. In effetti l'unico punto fermo del mio intero viaggio da Hong Kong all'Europa era la visita a questo paese. Avrei potuto saltare qualsiasi altra destinazione, ma non l'Uzbekistan. Inutile dire che mi aspetto grandi cose.
Pazzesco se ci pensi: State attenti a quanta valuta straniera cambiate in Uzbekistan perchи rischiate di ritrovarvi in mano un quantitativo di banconote inimmaginabile: il taglio piщ grande della moneta locale – il Som Uzbeko – vale infatti al momento appena 30 centesimi di euro!